« La ferita è molto brutta, lady Fowler ». Il medico non aveva usato mezzi termini: e tutti nella zona sapevano che quando Jeremiah Mann si pronunciava con tanta sicurezza non c'era margine d'errore nella diagnosi. Ma quando, dopo qualche istante, aveva infine precisato: « Davvero molto brutta, mi dispiace », Charity aveva compreso che quella sarebbe stata la fine, aveva congedato il medico con qualche vago ringraziamento ed era rientrata nella stanza di Jonathan in silenzio. Era rimasta a guardarlo per ore, immobile ai piedi del letto, senza una parola né una lacrima mentre i forti sedativi somministratigli dal dottor Mann gli rendevano impossibile, grazie al cielo, sentire gli effetti devastanti che i due proiettili avevano determinato nel suo corpo. Jonathan era disteso là, senza muovere un muscolo, senza aprire gli occhi, il respiro appena percettibile, e Charity ricordava nettamente di avere pensato che trovarsi in quello stato era già in un certo senso come essere morti.
Jonathan Fowler però era un uomo forte, un lottatore suo malgrado, e aveva resistito, attaccato alla vita con tutte le sue forze, per sei interi giorni prima di arrendersi. Sua moglie era stata al capezzale senza interruzione, mangiando e dormendo solo il minimo indispensabile, con una determinazione serena quanto ammirevole. Ma non aveva domandato miracoli, non aveva pregato: si sentiva dominata da uno strano senso di inevitabilità, una sorta di fatalismo pacifico e rassegnato che mai avrebbe creduto di poter provare, e si era limitata a guardar le cose accadere.
Ora però le domande di lord Spencer cambiavano tutto: fino a quel momento, accettare la follia di un incidente era stata la sola cosa da fare; ma se davvero – come Spencer Drake sembrava sospettare – si fosse trattato di un atto voluto? Credere alle parole degli altri cacciatori, che tanto in fretta si erano prodigati per riportare a casa il ferito, era stata la cosa più la logica ed immediata, ma adesso? Chi degli amici di Jonathan aveva mentito, e perché?
« Non è mia intenzione essere sgarbato, cara, ma hai un pessimo aspetto »
« Lo so. Non ho praticamente chiuso occhio, e comunque sono ancora in grado di guardarmi allo specchio ». La voce di Charity McElroy era stata brusca e sbrigativa; gli aveva risposto senza interrompere la propria attività: sulla scrivania di Jonathan torreggiavano fogli e cartelle di cuoio, mentre la donna continuava ad estrarne di nuovi dai cassetti della parte inferiore della libreria. Lord Spencer era rimasto sotto l'arco della porta dello studio, entrambe le mani appoggiate al pomo del bastone – una deliziosa testa di leone, che la sua protetta aveva fatto incidere appositamente per un lontano compleanno di quell'uomo dal temperamento così simile a quello del nobile felino – e il portamento aristocratico, ancora in giacca da camera, e immobile a guardarla.
Il collo dell'abito nero era abbottonato fino in cima, poco sotto alla linea del viso, senza fronzoli, e un sottile crocifisso d'oro bianco – lord Spencer lo riconobbe: era stato di sua sorella, e Jonathan l'aveva donato a Charity al loro primo Natale – sembrava l'unica cosa a dar luce alla sua persona. Nel notare, sulla punta del naso, la leggera montatura dorata di un paio d'occhiali, istintivamente l'uomo sorrise: la sua bambina era davvero diventata grande, allora...
« Cosa cerchi? » Gli occhi di Charity infine si alzarono, e il bianco arrossato intorno alle iridi azzurre tradiva la notte in bianco appena trascorsa.
« Un motivo per odiare tanto Jonathan da ammazzarlo. Mi pare ovvio ». Spencer Drake si avvicinò alla scrivania e le sfilò un libro contabile dalle mani. Il suo sguardo era gelido.
« Temo di averti suggerito un'idea sbagliata circa le mie sensazioni in proposito ». La donna restituì lo sguardo con fierezza, la mascella un po' contratta nel tentativo di trattenere la rabbia.
« Siete stato più che chiaro, milord. Non pensiate di poter fare di me ciò che gradite in base al tempo... » Lord Drake rimase qualche istante in silenzio, senza tuttavia mollare la presa sul grosso volume. Cercava di valutare in tempi strettissimi le possibilità che gli restavano per gestire quella grana: tentar di convincere Charity di non avere bene inteso le sue parole sarebbe stato stupido e controproducente...
« Me ne occuperò io, tesoro. Non devi preoccuparti di nulla ». Per tutta risposta, lei si lasciò cadere sulla sedia a schienale alto di Jonathan: nel loro irrinunciabile linguaggio simbolico, una vera e propria presa di potere.
« È un modo silenzioso per comunicarmi chi comanda, Charity? ». Oltre la voce affabile e paziente, lord Spencer Drake sentiva l'irritazione crescere. Certo i momenti di tensione con Charity non erano mai mancati, ma che proprio ora, in tali circostanze, avesse deciso di fare di testa propria, coi rischi che avrebbe potuto correre...
« Spero che non debba diventarlo »
« Dipende da te. Dal fatto che tu voglia o meno essere ragionevole »
« Temo che dipenda da entrambi, allora. Ho riflettuto questa notte, sapete. E ho messo insieme un po' di cose. Primo, Jonathan aveva davvero non pochi nemici. Secondo, negli ultimi tempi ha concluso affari che non mi convincevano. E, terzo, quegli affari gli hanno dato qualche problema »
« Problemi? » Ora anche lord Spencer era seduto, proprio di fronte alla scrivania, le gambe elegantemente accavallate. La giovane donna ne percepiva l'attenzione quasi fosse densa.
« Problemi ». Charity sfogliava distrattamente il contenuto di una delle cartelle in cuoio. All'apparenza, sembrava avesse chiuso la conversazione.
« E pensi magari di dirmi di cosa si tratta, o per saperlo devo comprarmi una sfera di cristallo? » Il tono dell'uomo era irritato e non senza ragione. Lei lo guardò fisso in volto, senza scomporsi.
« Un paio di cani avvelenati. Alcune pecore sgozzate. E la stalla dei cavalli è andata a fuoco, un paio di mesi fa. Quella è stata la perdita peggiore, come sapete c'erano animali di grande pregio ». Aveva elencato i fatti con tranquillità, quasi con apatia: lord Drake, al contrario, era in procinto di scoppiare.
« E si può sapere per quale maledettissimo motivo non me ne hai parlato prima? », sibilò, e Charity sapeva che quando sibilava era molto, molto più furioso di un uomo normale che gridi e strepiti. Forse era il caso di calmarlo.
« Perché ho creduto a Jonathan, quando mi ha detto che erano semplici incidenti » spiegò lei, dispiaciuta ma ferma – detestava l'idea di poter fare la figura della povera inconsapevole, e il pensiero che Jonathan le avesse mentito, aggravato dal fatto di avergli creduto senza fare domande, la mandava in bestia « E del resto vostro nipote aveva ottime spiegazioni per ogni cosa... I cani avevano certamente morso un animale avvelenato dai bracconieri; le pecore dovevano esser state assalite da un lupo o da qualche cane inselvatichito; e una candela rovesciata avrebbe benissimo potuto... » Scosse la testa, profondamente adirata con se stessa. « Sono stata una stupida. E me ne sono resa conto soltanto stanotte »
« Meglio tardi che mai... » La rabbia dell'uomo si era sgonfiata, mentre il suo cervello riprendeva velocemente a lavorare. « Di che affari si trattava? »
« Terreni, più che altro. Jonathan aveva in mente di incrementare i capi di bestiame, ma aveva chiaramente bisogno di più spazio... »
« Più pecore? Ma per quale motivo? » Charity alzò appena le spalle, a sottolineare che non aveva condiviso l'idea.
« Filati, milord. Più pecore, più lana, e con le nuove tecniche più possibilità di guadagno. Ma vostro nipote non si è mai fatto troppi scrupoli quando si metteva in testa qualcosa... » Inclinò impercettibilmente la testa, con un vago sorriso. « Immagino che qualcosa di quel certo corsaro gli fosse arrivato anche per parte di madre », scherzò, e Spencer Drake rise con malcelata amarezza.
« Sì, è probabile... Però, Charity, davvero: lascia che sia io ad occuparmi della cosa ».
La donna passò in rassegna con lo sguardo le pile di documenti che spuntavano un po' ovunque ed emise un sospiro sommesso.
« Dopotutto, credo che lo farò », acconsentì, già pregustando un po' di meritato riposo per riprendersi dalla notte precedente.
venerdì 22 agosto 2008
lunedì 4 agosto 2008
[Sto cercando un titolo. Ancora!!!] - parte III -
(Sono una donna che se la prende comoda, e chiedo scusa... Spero che il capitolo mi faccia perdonare)
Aveva sempre odiato quel genere di cose. Le lacrime pubbliche, le condoglianze di facciata, le strette accorate di mano e gli sguardi compassionevoli... Tutto quanto. E in primis quell'orribile, maledettissima frase. “È una tragedia terribile, cara, ma tu devi essere forte...” E lei li odiava, li odiava tutti quanti. Li fissava uno dopo l'altro, gli amici di famiglia, immobile a braccia conserte nell'abito a lutto. Portava ancora i capelli sciolti a quell'epoca, di un rosso accecante nel contrasto con il nero della stoffa, trattenuti ai lati da due preziosi pettini d'avorio, e aveva occhi duri e privi di lacrime mentre guardava le persone che affollavano la sua casa, sentendo crescere il proprio disprezzo verso di loro e la loro ipocrisia. Le facevano rabbia. Le provocavano rabbia e disgusto. Tutti accorsi per vedere che fine avrebbe fatto la fortuna dei McElroy.
Poi, da non sapeva dove (non ricordava di aver sentito il portone aprirsi, e neppure la vettura arrivare), aveva fatto il suo ingresso lord Spencer Drake, annunciato dal ticchettio del bastone da passeggio di cui non si separava mai, e Charity aveva avuto l'impressione che l'intera sala trattenesse il fiato. Senza capirne il motivo gli aveva permesso di afferrarla educatamente ma con discreta forza per un gomito, e condurla senza neanche una spiegazione al piano superiore.
Qui, dopo avere aperto a colpo sicuro la porta della sua stanza, l'aveva fatta entrare, sempre senza una parola. Charity non aveva protestato e si era limitata a guardarlo: un uomo d'aspetto gradevole ma duro, sulla quarantina o forse più giovane ma col contegno rigido e aristocratico dell'antica nobiltà. Ed era seduto sul suo letto. E sfogliava il libro che aveva lasciato sul comodino la sera prima dell'incidente, ignorandola. Soltanto dopo lunghi minuti di silenzio tombale, interrotto solo dal debole fruscio della carta, minuti in cui Charity McElroy si era sentita estranea nella propria stanza da letto, lord Spencer aveva alzato gli occhi su di lei.
« Avete l'aria stanca, bambina ». Aveva parlato in tono piano, privo di inflessioni o emozioni, ma ciò nonostante la sua voce era calda, rassicurante.
« Sto benissimo ». Charity non era altrettanto diplomatica e solo nel silenzio conseguente alle sue parole spicce aveva realizzato di dover riparare almeno formalmente alla scarsa educazione con cui si era rivolta all'uomo. « Milord ».
Drake si era alzato e avvicinato, fino a trovarsi faccia a faccia con lei. Per la prima volta in vita sua, Charity McElroy provò soggezione davanti ad uno sguardo. Davanti a quello sguardo profondissimo.
« Secondo voi, per quale motivo c'è tutta questa gente in casa vostra? » Per un lungo istante la ragazza si era domandata dove volesse andare a parare con quelle parole in apparenza superflue, poi improvvisamente aveva capito che la stava mettendo alla prova. Inarcò un sopracciglio in un'espressione sarcastica.
« Nella migliore delle ipotesi, per capire che fine potranno fare i miei beni; nella peggiore, per dimostrarmi tutto il proprio disinteressato affetto nella speranza di entrarne in possesso per almeno una parte ». Un sorriso compiaciuto, e inaspettatamente sincero, aveva illuminato il bel viso di Spencer Drake.
« Sei intelligente e acuta. Ottimo. Temo che sarà un lavoro lungo e non privo di difficoltà, ma col mio aiuto nessuno a parte te entrerà in possesso di nulla. Sempre che tu accetti questa, s'intende ».
La lettera che le aveva teso era datata tanti anni prima, quando ancora lei era una bambina, e firmata da suo padre. Nominava lord Robert Drake, o, in caso di sua impossibilità, il di lui fratello minore Spencer, tutore di Charity. La ragazza sospirò.
« Voi quale siete dei due? »
« Robert era sullo stesso treno dei tuoi genitori,e anche lui... » Aveva distolto lo sguardo per una frazione di secondo, perché detestava mostrare le proprie emozioni. « Spencer. Sono Spencer ».
Charity soppesò la proposta prendendosi tempo, tanto tempo che l'uomo temette di doverle ripetere tutto daccapo. Ma all'improvviso i suoi occhi si erano animati di una luce inconfondibile: sentiva di fidarsi ciecamente di quell'uomo appena conosciuto e tanto diverso dagli intellettuali bizzarri che solitamente suo padre frequentava; era un fatto inspiegabile ma al tempo stesso innegabile, e si sarebbe fidata di lord Spencer anche se la lettera avesse detto di non farlo.
« Accetto, milord. Vi accetto come mio tutore ».
Spencer Drake aveva sorriso di nuovo.
« Molto bene. Quindi ora tu ti sdraierai, e rimarrai qui fino a che non avrai dormito almeno qualche ora, perché in queste condizioni non puoi essere di alcuna utilità. Mi occuperò io di quella gente ».
Charity aveva obbedito, e ancora adesso, dopo tanto tempo, in una situazione così simile a quella del loro primo incontro, non ricordava di aver mai più dormito un sonno tanto riposante.
Spencer Drake sedeva nel salotto privato della padrona di casa, a godersi il piacevole calore del caminetto acceso e la indiscussa comodità della propria poltrona. Poteva sembrare strano, in verità, che un uomo che tanto raramente visitava la villa potesse godere del privilegio di una poltrona personale; ma la sua protetta teneva molto al fatto che in quelle occasioni lord Spencer si sentisse davvero, e a pieno titolo, a casa, e quel piccolo gesto era il modo più immediato per renderlo possibile.
Allungò le gambe verso il fuoco, con un movimento per una volta non studiato, e si concesse finalmente di sciogliere il nodo della cravatta. Doveva stare invecchiando, se si sentiva già tanto esausto dopo qualche ora di servizio funebre... O, forse, dipendeva dal fatto che si era trattato di quello di Jonathan? Accese pigramente la pipa, aspirandone piano il fumo aromatico per assaporarlo il più possibile. Ripensava alla notte precedente, alla folle corsa in carrozza, alle domande sull'incidente, a quella sorta di neutra indifferenza. Era spiacevole ammetterlo, e poteva suonare crudele, ma la morte di suo nipote non lo aveva sconvolto come avrebbe dovuto.
Era partito nel cuore della notte, sì, e aveva costretto il suo vetturino a viaggiare in pessime condizioni; non aveva voluto rimandare la partenza al mattino né sentire ragioni di alcun genere. Si era letteralmente precipitato, affrontando un viaggio che chiunque sano di mente avrebbe affrontato soltanto alla luce del giorno, ma non era stato il pensiero che Jonathan potesse essere stato vittima di un atto premeditato, a spronarlo.
Un altro lutto, un'altra morte violenta era venuta a turbare la vita di Charity, e lord Spencer non aveva mai smesso di sentirsi responsabile per lei. Certo era una donna, adesso, e senza dubbio la donna più forte che conoscesse: ma per quanto orgoglioso di lei, della magnifica creatura che era diventata, non riusciva a smettere di pensare a lei come a qualcosa di estremamente prezioso, da custodire con estrema cura; aveva bisogno di lui, lo sentiva, e per questo si era gettato a capofitto nel gelo della notte...
« Grazie al cielo è finita, se ne sono andati ». Charity era entrata silenziosamente nella stanza, rubando lord Drake alle sue riflessioni.
«Ti ringrazio di avermi potenzialmente salvato la vita. Mi stavo appisolando con il tabacco acceso »
« Non vi permetterei mai di lasciarmi, lord Spencer », aveva risposto lei in tono sereno, chinandosi a baciarlo su una guancia « O quantomeno, non in un modo così stupido! »
Spencer Drake sorrise a metà, vagamente nostalgico, mentre con la complicità del tepore del camino il suo abituale rigore andava sciogliendosi. Sì, forse davvero stava invecchiando.
« Molto obbligato ». La luce mutevole delle fiamme danzava sul viso della sua protetta, ora che lei aveva fatto spegnere i lumi a petrolio, e non era strano che avesse con tanta precisione intuito il suo desiderio di oscurità: sotto più di un aspetto, nonostante le apparenze, erano spiriti affini, affezionati a dettagli forse sciocchi ma irrinunciabili... E quello di sedere al buio di fronte al caminetto acceso, a ragionare pianamente dei fatti di una giornata faticosa era, insieme al rito della colazione, un'abitudine della quale entrambi avevano sentito la mancanza. Lord Drake inspirò una profonda boccata di fumo, con gli occhi semichiusi che in realtà spiavano Charity. Pensava a quanto apparisse distante e regale con l'accollato abito a lutto, quanto trasudasse matura signorilità. Era così diversa dalla ragazza ribelle di un tempo, eppure riusciva ad esserlo anche dalle donne che la circondavano, e quanto...
« Amo il buio quanto voi, milord; pensate davvero che non mi accorga che mi state guardando? »
« Oh, certo che no. Sapevo che era questione di tempo, volevo solo verificare quanto ».
« A cosa state pensando? » Lord Drake era un uomo intelligente e scaltro, lo era sempre stato: ma per assurdo proprio a Charity, l'unica al mondo che sarebbe stata disposta a credere a qualunque sua menzogna, non sapeva dire altro che la verità. La stimava troppo, per mentirle.
« Quando sei arrivata pensavo a Jonathan; ma non saprei dirti con precisione se a lui, o alla sua morte, o a quest'oggi... Un groviglio di pensieri autocefali, temo ». Charity annuì. Era uno stato d'animo che conosceva bene. « Tu, invece, bambina? Come stai? »
« Non lo so. Davvero, non... Sono confusa, credo, ma non qui » aveva precisato, sfiorando la tempia destra con un gesto morbido della mano. « Sono confusa dentro, non capisco cosa provo, e... » prese fiato, per terminare la frase, ma pensando che potesse suonare sgradevole all'uomo preferì lasciarla in sospeso. Neppure lei sapeva mentirgli.
« E nemmeno se provi qualcosa. Lo so. È quel che succede anche a me ».
« Milord... »
« Lo so, lo so, lo so... Jonathan era mio nipote. Ma temo che la mia mente analitica, al momento, abbia deciso di concentrarsi sulle circostanze della sua morte piuttosto che sul fatto in sé. A proposito, ti è forse venuto in mente qualcosa, o qualcuno, che... » Charity McElroy scosse appena il capo.
« Sono spiacente, no ». Scivolarono nel silenzio, entrambi con gli occhi fissi sul fuoco ed in apparenza prossimi al sonno. Lord Drake teneva la pipa ormai spenta nella mano sinistra, un poco a penzoloni dal bracciolo, e lo sguardo immobile sulle fiamme; Charity aveva abbandonato la testa contro lo schienale, esausta per le decine di mani che aveva stretto e le altrettante, insopportabili, dichiarazioni di cordoglio cui aveva dovuto rispondere con un sorriso riconoscente.
« Cosa conti di fare, adesso? » La voce dell'uomo aveva interrotto la magia ipnotica del fuoco, e ora Charity lo guardava con un'espressione inconfondibile: quel momento di stasi orgogliosa e muta di quando non sapeva dove intendesse andare a parare. « Parlo del tuo futuro, Charity. Per quanto ora possa sembrare cinica, ad esempio, la domanda se tu intenda prima o poi risposarti va comunque presa in considerazione. A mio parere, dovresti valutare la possibilità ». Lei lo interruppe con un gesto annoiato.
« Non ci ho ancora pensato, ma... Non credo. No ». E nonostante le apparenze, non era stata una risposta affrettata. Il cervello di Charity sapeva correre a gran velocità, all'occorrenza...
« Ti domando scusa » disse infine Spencer Drake, alzandosi « Non avrei dovuto parlartene questa sera, sono stato indelicato e tu hai bisogno di un po' di pace ». La baciò sulla fronte – un'altra gradevole consuetudine acquisita da tutore cui Charity non si sarebbe mai sottratta, e per la quale Jonathan aveva sempre benevolmente schernito la moglie e lo zio quando questi soggiornava alla villa.
Il ticchettio del bastone da passeggio andava scomparendo e Charity McElroy prese a guardare alla luce tremula del fuoco che andava spegnendosi l'anello che da sei anni portava all'anulare sinistro. Lord Spencer aveva ragione, era cinico pensarci in quel momento, ma ora quell'anello non aveva più alcun valore se non quello di tenerla legata ad un fantasma...
Eppure aveva detto, solo qualche minuto prima, che non si sarebbe risposata. Ma per quale motivo? Conosceva donne che restavano fedeli alla memoria del marito defunto per tutta la vita, piangendolo ogni giorno come fosse il primo. Lei era come loro? Sentiva forse il dolore invaderle il petto, o la sofferenza assalirla al pensiero di dormire da sola nel letto che avevano condiviso? Percepiva la mancanza di Jonathan tanto forte da farle male?
Amaramente dovette rispondersi di no.
Gli aveva voluto bene, certo, come lui ne aveva voluto a lei. Era stato un buon amico e un affezionato compagno. E forse quando l'agitazione febbrile di quei giorni si fosse sedimentata le sarebbe finalmente mancato il suo viso, o il tono della sua voce, o l'espressione fiera e scherzosa di quando tornava da caccia con una buona preda. Forse avrebbe trovato triste non avere più davanti agli occhi le sue piccole abitudini e avrebbe ricordato con malinconia i momenti del loro passato insieme... O forse si stava solo consolando con qualche pia speranza ai limiti della bugia.
Aveva sempre odiato quel genere di cose. Le lacrime pubbliche, le condoglianze di facciata, le strette accorate di mano e gli sguardi compassionevoli... Tutto quanto. E in primis quell'orribile, maledettissima frase. “È una tragedia terribile, cara, ma tu devi essere forte...” E lei li odiava, li odiava tutti quanti. Li fissava uno dopo l'altro, gli amici di famiglia, immobile a braccia conserte nell'abito a lutto. Portava ancora i capelli sciolti a quell'epoca, di un rosso accecante nel contrasto con il nero della stoffa, trattenuti ai lati da due preziosi pettini d'avorio, e aveva occhi duri e privi di lacrime mentre guardava le persone che affollavano la sua casa, sentendo crescere il proprio disprezzo verso di loro e la loro ipocrisia. Le facevano rabbia. Le provocavano rabbia e disgusto. Tutti accorsi per vedere che fine avrebbe fatto la fortuna dei McElroy.
Poi, da non sapeva dove (non ricordava di aver sentito il portone aprirsi, e neppure la vettura arrivare), aveva fatto il suo ingresso lord Spencer Drake, annunciato dal ticchettio del bastone da passeggio di cui non si separava mai, e Charity aveva avuto l'impressione che l'intera sala trattenesse il fiato. Senza capirne il motivo gli aveva permesso di afferrarla educatamente ma con discreta forza per un gomito, e condurla senza neanche una spiegazione al piano superiore.
Qui, dopo avere aperto a colpo sicuro la porta della sua stanza, l'aveva fatta entrare, sempre senza una parola. Charity non aveva protestato e si era limitata a guardarlo: un uomo d'aspetto gradevole ma duro, sulla quarantina o forse più giovane ma col contegno rigido e aristocratico dell'antica nobiltà. Ed era seduto sul suo letto. E sfogliava il libro che aveva lasciato sul comodino la sera prima dell'incidente, ignorandola. Soltanto dopo lunghi minuti di silenzio tombale, interrotto solo dal debole fruscio della carta, minuti in cui Charity McElroy si era sentita estranea nella propria stanza da letto, lord Spencer aveva alzato gli occhi su di lei.
« Avete l'aria stanca, bambina ». Aveva parlato in tono piano, privo di inflessioni o emozioni, ma ciò nonostante la sua voce era calda, rassicurante.
« Sto benissimo ». Charity non era altrettanto diplomatica e solo nel silenzio conseguente alle sue parole spicce aveva realizzato di dover riparare almeno formalmente alla scarsa educazione con cui si era rivolta all'uomo. « Milord ».
Drake si era alzato e avvicinato, fino a trovarsi faccia a faccia con lei. Per la prima volta in vita sua, Charity McElroy provò soggezione davanti ad uno sguardo. Davanti a quello sguardo profondissimo.
« Secondo voi, per quale motivo c'è tutta questa gente in casa vostra? » Per un lungo istante la ragazza si era domandata dove volesse andare a parare con quelle parole in apparenza superflue, poi improvvisamente aveva capito che la stava mettendo alla prova. Inarcò un sopracciglio in un'espressione sarcastica.
« Nella migliore delle ipotesi, per capire che fine potranno fare i miei beni; nella peggiore, per dimostrarmi tutto il proprio disinteressato affetto nella speranza di entrarne in possesso per almeno una parte ». Un sorriso compiaciuto, e inaspettatamente sincero, aveva illuminato il bel viso di Spencer Drake.
« Sei intelligente e acuta. Ottimo. Temo che sarà un lavoro lungo e non privo di difficoltà, ma col mio aiuto nessuno a parte te entrerà in possesso di nulla. Sempre che tu accetti questa, s'intende ».
La lettera che le aveva teso era datata tanti anni prima, quando ancora lei era una bambina, e firmata da suo padre. Nominava lord Robert Drake, o, in caso di sua impossibilità, il di lui fratello minore Spencer, tutore di Charity. La ragazza sospirò.
« Voi quale siete dei due? »
« Robert era sullo stesso treno dei tuoi genitori,e anche lui... » Aveva distolto lo sguardo per una frazione di secondo, perché detestava mostrare le proprie emozioni. « Spencer. Sono Spencer ».
Charity soppesò la proposta prendendosi tempo, tanto tempo che l'uomo temette di doverle ripetere tutto daccapo. Ma all'improvviso i suoi occhi si erano animati di una luce inconfondibile: sentiva di fidarsi ciecamente di quell'uomo appena conosciuto e tanto diverso dagli intellettuali bizzarri che solitamente suo padre frequentava; era un fatto inspiegabile ma al tempo stesso innegabile, e si sarebbe fidata di lord Spencer anche se la lettera avesse detto di non farlo.
« Accetto, milord. Vi accetto come mio tutore ».
Spencer Drake aveva sorriso di nuovo.
« Molto bene. Quindi ora tu ti sdraierai, e rimarrai qui fino a che non avrai dormito almeno qualche ora, perché in queste condizioni non puoi essere di alcuna utilità. Mi occuperò io di quella gente ».
Charity aveva obbedito, e ancora adesso, dopo tanto tempo, in una situazione così simile a quella del loro primo incontro, non ricordava di aver mai più dormito un sonno tanto riposante.
Spencer Drake sedeva nel salotto privato della padrona di casa, a godersi il piacevole calore del caminetto acceso e la indiscussa comodità della propria poltrona. Poteva sembrare strano, in verità, che un uomo che tanto raramente visitava la villa potesse godere del privilegio di una poltrona personale; ma la sua protetta teneva molto al fatto che in quelle occasioni lord Spencer si sentisse davvero, e a pieno titolo, a casa, e quel piccolo gesto era il modo più immediato per renderlo possibile.
Allungò le gambe verso il fuoco, con un movimento per una volta non studiato, e si concesse finalmente di sciogliere il nodo della cravatta. Doveva stare invecchiando, se si sentiva già tanto esausto dopo qualche ora di servizio funebre... O, forse, dipendeva dal fatto che si era trattato di quello di Jonathan? Accese pigramente la pipa, aspirandone piano il fumo aromatico per assaporarlo il più possibile. Ripensava alla notte precedente, alla folle corsa in carrozza, alle domande sull'incidente, a quella sorta di neutra indifferenza. Era spiacevole ammetterlo, e poteva suonare crudele, ma la morte di suo nipote non lo aveva sconvolto come avrebbe dovuto.
Era partito nel cuore della notte, sì, e aveva costretto il suo vetturino a viaggiare in pessime condizioni; non aveva voluto rimandare la partenza al mattino né sentire ragioni di alcun genere. Si era letteralmente precipitato, affrontando un viaggio che chiunque sano di mente avrebbe affrontato soltanto alla luce del giorno, ma non era stato il pensiero che Jonathan potesse essere stato vittima di un atto premeditato, a spronarlo.
Un altro lutto, un'altra morte violenta era venuta a turbare la vita di Charity, e lord Spencer non aveva mai smesso di sentirsi responsabile per lei. Certo era una donna, adesso, e senza dubbio la donna più forte che conoscesse: ma per quanto orgoglioso di lei, della magnifica creatura che era diventata, non riusciva a smettere di pensare a lei come a qualcosa di estremamente prezioso, da custodire con estrema cura; aveva bisogno di lui, lo sentiva, e per questo si era gettato a capofitto nel gelo della notte...
« Grazie al cielo è finita, se ne sono andati ». Charity era entrata silenziosamente nella stanza, rubando lord Drake alle sue riflessioni.
«Ti ringrazio di avermi potenzialmente salvato la vita. Mi stavo appisolando con il tabacco acceso »
« Non vi permetterei mai di lasciarmi, lord Spencer », aveva risposto lei in tono sereno, chinandosi a baciarlo su una guancia « O quantomeno, non in un modo così stupido! »
Spencer Drake sorrise a metà, vagamente nostalgico, mentre con la complicità del tepore del camino il suo abituale rigore andava sciogliendosi. Sì, forse davvero stava invecchiando.
« Molto obbligato ». La luce mutevole delle fiamme danzava sul viso della sua protetta, ora che lei aveva fatto spegnere i lumi a petrolio, e non era strano che avesse con tanta precisione intuito il suo desiderio di oscurità: sotto più di un aspetto, nonostante le apparenze, erano spiriti affini, affezionati a dettagli forse sciocchi ma irrinunciabili... E quello di sedere al buio di fronte al caminetto acceso, a ragionare pianamente dei fatti di una giornata faticosa era, insieme al rito della colazione, un'abitudine della quale entrambi avevano sentito la mancanza. Lord Drake inspirò una profonda boccata di fumo, con gli occhi semichiusi che in realtà spiavano Charity. Pensava a quanto apparisse distante e regale con l'accollato abito a lutto, quanto trasudasse matura signorilità. Era così diversa dalla ragazza ribelle di un tempo, eppure riusciva ad esserlo anche dalle donne che la circondavano, e quanto...
« Amo il buio quanto voi, milord; pensate davvero che non mi accorga che mi state guardando? »
« Oh, certo che no. Sapevo che era questione di tempo, volevo solo verificare quanto ».
« A cosa state pensando? » Lord Drake era un uomo intelligente e scaltro, lo era sempre stato: ma per assurdo proprio a Charity, l'unica al mondo che sarebbe stata disposta a credere a qualunque sua menzogna, non sapeva dire altro che la verità. La stimava troppo, per mentirle.
« Quando sei arrivata pensavo a Jonathan; ma non saprei dirti con precisione se a lui, o alla sua morte, o a quest'oggi... Un groviglio di pensieri autocefali, temo ». Charity annuì. Era uno stato d'animo che conosceva bene. « Tu, invece, bambina? Come stai? »
« Non lo so. Davvero, non... Sono confusa, credo, ma non qui » aveva precisato, sfiorando la tempia destra con un gesto morbido della mano. « Sono confusa dentro, non capisco cosa provo, e... » prese fiato, per terminare la frase, ma pensando che potesse suonare sgradevole all'uomo preferì lasciarla in sospeso. Neppure lei sapeva mentirgli.
« E nemmeno se provi qualcosa. Lo so. È quel che succede anche a me ».
« Milord... »
« Lo so, lo so, lo so... Jonathan era mio nipote. Ma temo che la mia mente analitica, al momento, abbia deciso di concentrarsi sulle circostanze della sua morte piuttosto che sul fatto in sé. A proposito, ti è forse venuto in mente qualcosa, o qualcuno, che... » Charity McElroy scosse appena il capo.
« Sono spiacente, no ». Scivolarono nel silenzio, entrambi con gli occhi fissi sul fuoco ed in apparenza prossimi al sonno. Lord Drake teneva la pipa ormai spenta nella mano sinistra, un poco a penzoloni dal bracciolo, e lo sguardo immobile sulle fiamme; Charity aveva abbandonato la testa contro lo schienale, esausta per le decine di mani che aveva stretto e le altrettante, insopportabili, dichiarazioni di cordoglio cui aveva dovuto rispondere con un sorriso riconoscente.
« Cosa conti di fare, adesso? » La voce dell'uomo aveva interrotto la magia ipnotica del fuoco, e ora Charity lo guardava con un'espressione inconfondibile: quel momento di stasi orgogliosa e muta di quando non sapeva dove intendesse andare a parare. « Parlo del tuo futuro, Charity. Per quanto ora possa sembrare cinica, ad esempio, la domanda se tu intenda prima o poi risposarti va comunque presa in considerazione. A mio parere, dovresti valutare la possibilità ». Lei lo interruppe con un gesto annoiato.
« Non ci ho ancora pensato, ma... Non credo. No ». E nonostante le apparenze, non era stata una risposta affrettata. Il cervello di Charity sapeva correre a gran velocità, all'occorrenza...
« Ti domando scusa » disse infine Spencer Drake, alzandosi « Non avrei dovuto parlartene questa sera, sono stato indelicato e tu hai bisogno di un po' di pace ». La baciò sulla fronte – un'altra gradevole consuetudine acquisita da tutore cui Charity non si sarebbe mai sottratta, e per la quale Jonathan aveva sempre benevolmente schernito la moglie e lo zio quando questi soggiornava alla villa.
Il ticchettio del bastone da passeggio andava scomparendo e Charity McElroy prese a guardare alla luce tremula del fuoco che andava spegnendosi l'anello che da sei anni portava all'anulare sinistro. Lord Spencer aveva ragione, era cinico pensarci in quel momento, ma ora quell'anello non aveva più alcun valore se non quello di tenerla legata ad un fantasma...
Eppure aveva detto, solo qualche minuto prima, che non si sarebbe risposata. Ma per quale motivo? Conosceva donne che restavano fedeli alla memoria del marito defunto per tutta la vita, piangendolo ogni giorno come fosse il primo. Lei era come loro? Sentiva forse il dolore invaderle il petto, o la sofferenza assalirla al pensiero di dormire da sola nel letto che avevano condiviso? Percepiva la mancanza di Jonathan tanto forte da farle male?
Amaramente dovette rispondersi di no.
Gli aveva voluto bene, certo, come lui ne aveva voluto a lei. Era stato un buon amico e un affezionato compagno. E forse quando l'agitazione febbrile di quei giorni si fosse sedimentata le sarebbe finalmente mancato il suo viso, o il tono della sua voce, o l'espressione fiera e scherzosa di quando tornava da caccia con una buona preda. Forse avrebbe trovato triste non avere più davanti agli occhi le sue piccole abitudini e avrebbe ricordato con malinconia i momenti del loro passato insieme... O forse si stava solo consolando con qualche pia speranza ai limiti della bugia.
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