Il fantasma sedeva all'altro lato dello specchio senza poter essere visto. Nemmeno ricordava più da quanto tempo ormai stava là, in quel mondo che soltanto in apparenza rifletteva quello reale, e se avesse ancora avuto un cuore certamente esso ne sarebbe stato afflitto.
Ma non lo aveva. Il cuore del fantasma era rimasto di là, oltre quella tenda sottile, fredda e trasparente che sarebbe bastato un nonnulla ad oltrepassare. Gli sarebbe bastato un passo, oltre naturalmente ad una buona dose di coraggio, e in un attimo avrebbe potuto riprenderselo... Ma ormai era tardi, tanto tardi... Troppo. Dall'altra parte dello specchio più nessuno aveva ricordo di lui: a che avrebbe giovato, dunque, ritrovare un cuore?
Nel luogo che abitava non c'era bisogno di sentimenti né sciocche complicazioni. Tutto era calma, perfezione, semplicità. Si poteva arrivare in ritardo senza avvisare, o non muoversi per nulla; si poteva gridare e scaldarsi senza ritegno e non avere la minima preoccupazione di ferire o meno i sentimenti altrui. Perché non c'era nessuno ad aspettare, e nessuno da ferire. Giorno e notte si incalzavano placidamente su quel mondo grigio e senza forme proprie se non quelle riflesse, e di tanto intanto il fantasma immaginava di provare – ma in maniera ovattata, più come pallido ricordo che come un sentimento reale – una specie di fastidio, di noia... Al quale poteva sottrarsi senza problemi ripetendosi quanto di poco conto fosse stata la rinuncia ad un cuore, di fronte alla prospettiva di non morire mai veramente e, più ancora, di poter continuare a scrivere per l'eternità.
Per quella ragione infatti, tanto tempo prima (quel tempo che ossessionava i mortali oltre lo specchio, poiché nella sua metà il tempo vero e proprio non esisteva) aveva oltrepassato la tenda di vetro e freddo che separava, pericolosa e temibile come fosse di fuoco, il mondo reale dal mondo riflesso. Dedicarsi in eterno all'arte che scaturiva dai suoi pensieri, infatti, era diventata per lui, che allora era stato un romanziere di talento, una vera e propria ragione di vita: e quando lo strano, pallido essere che abitava lo specchio gli aveva proposto – così scioccamente! - di lasciare la terra dei mortali, l'idea di creare intrecci per l'eternità gli aveva fatto accettare lo scambio che l'Essere gli proponeva senza la minima esitazione.
In quel modo era diventato un fantasma, barattando il proprio cuore in cambio di un perpetuo soliloquio. Perché in fin dei conti un poco lo infastidiva, ora, dopo tanti anni, l'idea che mai nessuno avrebbe letto le pagine che instancabilmente, giorno dopo giorno, riempiva con la sua grafia minuta e precisa. Aveva creduto che attraversando lo specchio avrebbe consacrato se stesso e la sua opera all'eternità; e a tratti lo credeva ancora, ma sempre più spesso negli ultimi tempi sentiva di...Sì, di annoiarsi. Per la noia bastava un cervello, non c'era bisogno di avere anche il cuore; e il fantasma comprese che, non potendo provare dispiacere né dolore, “noia” poteva essere l'unico nome della cosa – non poteva chiamarla “sentimento”, nelle sue condizioni – che tormentava le sue giornate.
Da quando poi lo specchio era stato spostato (non si trovava più in casa, adesso, ma in un negozio di Antichità a Trastevere), il fantasma non aveva nient'altro da fare se non spiare ogni tanto i rari avventori tanto temerari da affrontare la spessa cortina di polvere e fumo di sigaro che invadeva l'intero ambente... E naturalmente non ci stupirà, sapere che non erano molti. Il fantasma riempiva fogli su fogli, intingendo la penna senza mai sentire la stanchezza – e come avrebbe potuto, non avendo un corpo? - e completando nuove opere con una velocità inaudita ed inutile in quel luogo dove lo scorrere del tempo era solo apparente.
Ma non lo aveva. Il cuore del fantasma era rimasto di là, oltre quella tenda sottile, fredda e trasparente che sarebbe bastato un nonnulla ad oltrepassare. Gli sarebbe bastato un passo, oltre naturalmente ad una buona dose di coraggio, e in un attimo avrebbe potuto riprenderselo... Ma ormai era tardi, tanto tardi... Troppo. Dall'altra parte dello specchio più nessuno aveva ricordo di lui: a che avrebbe giovato, dunque, ritrovare un cuore?
Nel luogo che abitava non c'era bisogno di sentimenti né sciocche complicazioni. Tutto era calma, perfezione, semplicità. Si poteva arrivare in ritardo senza avvisare, o non muoversi per nulla; si poteva gridare e scaldarsi senza ritegno e non avere la minima preoccupazione di ferire o meno i sentimenti altrui. Perché non c'era nessuno ad aspettare, e nessuno da ferire. Giorno e notte si incalzavano placidamente su quel mondo grigio e senza forme proprie se non quelle riflesse, e di tanto intanto il fantasma immaginava di provare – ma in maniera ovattata, più come pallido ricordo che come un sentimento reale – una specie di fastidio, di noia... Al quale poteva sottrarsi senza problemi ripetendosi quanto di poco conto fosse stata la rinuncia ad un cuore, di fronte alla prospettiva di non morire mai veramente e, più ancora, di poter continuare a scrivere per l'eternità.
Per quella ragione infatti, tanto tempo prima (quel tempo che ossessionava i mortali oltre lo specchio, poiché nella sua metà il tempo vero e proprio non esisteva) aveva oltrepassato la tenda di vetro e freddo che separava, pericolosa e temibile come fosse di fuoco, il mondo reale dal mondo riflesso. Dedicarsi in eterno all'arte che scaturiva dai suoi pensieri, infatti, era diventata per lui, che allora era stato un romanziere di talento, una vera e propria ragione di vita: e quando lo strano, pallido essere che abitava lo specchio gli aveva proposto – così scioccamente! - di lasciare la terra dei mortali, l'idea di creare intrecci per l'eternità gli aveva fatto accettare lo scambio che l'Essere gli proponeva senza la minima esitazione.
In quel modo era diventato un fantasma, barattando il proprio cuore in cambio di un perpetuo soliloquio. Perché in fin dei conti un poco lo infastidiva, ora, dopo tanti anni, l'idea che mai nessuno avrebbe letto le pagine che instancabilmente, giorno dopo giorno, riempiva con la sua grafia minuta e precisa. Aveva creduto che attraversando lo specchio avrebbe consacrato se stesso e la sua opera all'eternità; e a tratti lo credeva ancora, ma sempre più spesso negli ultimi tempi sentiva di...Sì, di annoiarsi. Per la noia bastava un cervello, non c'era bisogno di avere anche il cuore; e il fantasma comprese che, non potendo provare dispiacere né dolore, “noia” poteva essere l'unico nome della cosa – non poteva chiamarla “sentimento”, nelle sue condizioni – che tormentava le sue giornate.
Da quando poi lo specchio era stato spostato (non si trovava più in casa, adesso, ma in un negozio di Antichità a Trastevere), il fantasma non aveva nient'altro da fare se non spiare ogni tanto i rari avventori tanto temerari da affrontare la spessa cortina di polvere e fumo di sigaro che invadeva l'intero ambente... E naturalmente non ci stupirà, sapere che non erano molti. Il fantasma riempiva fogli su fogli, intingendo la penna senza mai sentire la stanchezza – e come avrebbe potuto, non avendo un corpo? - e completando nuove opere con una velocità inaudita ed inutile in quel luogo dove lo scorrere del tempo era solo apparente.
« È lui! » Il fantasma tremò con tanta violenza a quell'interruzione, che rovesciò il calamaio imbrattando l'intero foglio. Non aveva sentito i campanelli appesi sopra la porta ad indicare l'ingresso di uno dei – sempre più rari – clienti dell'Antiquario, e quando spostò lo sguardo oltre la tenda di vetro rimase, per quanto sia possibile ad un essere incorporeo, di sasso. Una giovane donna era apparsa nella cornice dello specchio; aveva i capelli chiari ma una prepotente striatura di grigio spiccava ugualmente poco sopra la fronte, e il naso aquilino e affilato, insieme alla linea leggermente curvata delle labbra, conferiva all'intero volto un'aria piuttosto severa. Ma furono i suoi occhi a turbare il fantasma: quegli occhi fissavano lo specchio con uno sguardo così intenso... Il fantasma ebbe l'impressione che la ragazza potesse vederlo, seduto dall'altra parte a scrivere l'ennesimo romanzo. « Vieni qui, papà, guarda: è semplicemente perfetto! » Gli angoli della bocca della giovane si erano adesso piegati verso l'alto, in un sorriso soddisfatto.
« Ma Diletta, cara... Costa un occhio della testa! E mi sembra troppo grande ».
Il fantasma non ascoltò le parole dell'Antiquario, che conosceva ormai a memoria... Di qualunque oggetto parlasse, qualunque chincaglieria mirasse a vendere, era una costante per lui partire dalla “notissima origine nobile dell'articolo”, per poi passare alle “sfortunate circostanze” che avevano condotto i “precedenti proprietari” a separarsi dal “prezioso oggetto”... A sentire lui, si sarebbe potuto dire che il suo negozio fosse pieno zeppo di pezzi assolutamente unici e dotati di una tristissima storia alle spalle. Certo, concesse il fantasma con un'invisibile alzata di spalle, il suo specchio era veramente un pezzo unico: ma la coincidenza era così casuale da non rendere neppure apprezzabile il discorso infiorato e magniloquente con cui l'Antiquario tentava di convincere l'Uomo dai baffi brizzolati all'acquisto. Lasciando cadere la penna, il fantasma dedicò la propria attenzione alla Ragazza. O, come l'aveva chiamata poco prima l'Uomo dai baffi brizzolati, Diletta.
I suoi occhi verdi sembravano ora brillare, nonostante l'atmosfera polverosa della bottega.
« Lo so, papà, lo capisco... », la sentì mormorare « Ma credimi, è esattamente lo specchio che stavo cercando per lo scrittoio... »
« Quella cornice è orribile, Diletta »
« Oh, lo vedo! Ma con un telaio in ferro battuto, vedrai che cambiamento! »
E così, per la prima volta da anni, attraverso lo specchio il fantasma rivide la luce del sole.
La stanza era luminosa e arredata con mobili semplici, uno stile che al fantasma era sempre piaciuto... Ora anche la nuova collocazione gli piaceva: ogni particolare su cui posava lo sguardo era nuovo, intrigante, fonte di curiosità; e soprattutto, era soddisfatto della posizione. La Ragazza, come aveva detto nel negozio dell'Antiquario, aveva appeso lo specchio sopra lo scrittoio: un posto inusuale, ma dove lei, con grande sorpresa del fantasma, trascorreva un'infinità di tempo.
E il fantasma tornava ad osservare l'esterno della sua prigione – prigione? Aveva davvero pensato quella parola? Il suo cervello si affrettò a compensare quell'inciampo con una falsa spiegazione di comodo – sempre più spesso, colpito e affascinato da quella giovane donna che passava ore a scrivere e a fissare lo specchio come se potesse vedere il misterioso ospite che vi alloggiava. Non guardava se stessa, e forse neppure lo specchio: davvero il fantasma aveva l'impressione che quello sguardo velato di tristezza potesse oltrepassare la superficie riflettente e mostrarle il suo segreto.
Del tutto scioccamente, il fantasma iniziò a domandarsi per quale motivo la Ragazza – Diletta – fosse sempre così malinconica. Alle volte la guardava sorridere, e se ancora avesse avuto un cuore certamente ne sarebbe stato sollevato; ma come sappiamo il cuore non faceva più parte delle sue facoltà da troppo tempo, e il fantasma si limitava perciò, in quelle occasioni, a constatare con occhio clinico quanto i rari sorrisi di Diletta ne illuminassero il volto e le donassero un'incredibile nuova forza nel comporre. Sì, quando sorrideva il tempo che passava allo scrittoio era più breve, ma straordinariamente più impegnato: scriveva quasi in maniera febbrile, concitata, senza mai posare la penna... Senza mai alzare gli occhi verso lo specchio.
Il fantasma non aveva un cuore, e non aveva modo di ricordare quale differenza ci fosse tra il bene e il male. Iniziò a sperare che Diletta non sorridesse più.
La malinconia della Ragazza si faceva giorno dopo giorno più forte; sempre più spesso ora il suo sguardo cercava lo specchio, che invece di rimandarle la propria immagine l'aiutava a sognare mondi lontani... E Diletta, che sempre era stata portata a credere ai sogni, iniziò ad affidare i propri tormenti non più solo alla carta, ma all'ipotetico angelo che, le piaceva credere sin da bambina, l'aveva accompagnata passo dopo passo. Lo aveva chiamato Gabriel, come il protagonista della prima storia per bambini che aveva letto, e da molti anni, di tanto in tanto – quando il mondo sembrava crollarle addosso – gli scriveva lettere che mai, pur vergognandosene un poco, aveva avuto il coraggio di distruggere.
Aveva ritrovato in fondo ad un cassetto quelle lettere infantili, e lentamente quella pratica era diventata sempre più frequente. Il mondo le era crollato addosso, questa volta davvero, e desiderava così tanto che Gabriel esistesse... Quasi senza rendersene conto, prese a leggere allo specchio le sue lettere per lui.
Oltre lo specchio, qualcosa nella solida e tranquilla semplicità dell'ambiente era cambiato. La stanza sembrava divenuta all'improvviso più cupa, l'atmosfera più pesante. Era come se la leggera malinconia dei primi tempi si fosse fatta densa come fumo. Quando per la prima volta il fantasma vide Diletta piangere, ne fu talmente sgomento che per un attimo aveva subìto la tentazione – la folle tentazione – di sporgersi oltre la tenda di vetro e freddo per asciugare il suo pianto.
Per la prima volta, l'assenza di un cuore gli sembrava intollerabile. Fu costretto a smettere di scrivere, dal momento che il suo cervello – quel cervello che lo teneva in vita più di quanto il cuore non avesse mai fatto – non poteva allontanarsi neppure un istante dal pensiero di quelle lacrime. Niente più parole, niente più pomeriggi trascorsi a scrivere, niente più sguardi sognanti o luminosi sorrisi. Diletta era tornata davanti allo specchio, ma non come il fantasma aveva pensato.
Poi, improvviso, una mattina il cambiamento. I suoi occhi erano rossi di pianto, e la striatura grigia dei suoi capelli cresciuta... Ma c'era qualcosa di diverso in lei.
Caro Gabriel. Mio adorato angelo.
Gli occhi del fantasma si affrettarono a scandagliare l'ambiente, il cervello impegnato a cercare spiegazioni. C'era forse qualcuno, là con lei? Il suo sguardo divenne attento, vigile, abbandonando la molle indolenza che per tanto tempo aveva alimentato nei confronti del mondo esterno. Se avesse avuto un cuore avrebbe provato sollievo, poiché non c'era nessuno nella stanza oltre la Ragazza, ma potendo disporre soltanto di un cervello – e piuttosto cinico in verità – ciò che il fantasma registrò fu soltanto senso di trionfo. Parlava con lui. Non era mai successo.
Come sai, la mia vita è in frantumi. La mia famiglia, è in frantumi. Non ho altri che te.
Diletta pianse, a quella prima lettera, e piangeva ogni volta che la penna la conduceva nelle braccia di quell'angelo muto e distante che non si curava più del suo dolore. Gabriel l'aveva abbandonata. Come gli amici, come i genitori, come il mondo. Eppure lei non poteva smettere di rifugiarsi in lui. Disperatamente, scioccamente, con la coscienza di non ottenere risposta...
Non importa se non sei qui. So che mi ascolti, e questo mi basta.
Tuttavia il trionfo del fantasma non durò a lungo. Svaniva più in fretta di quanto avesse potuto pensare... Mentre nel petto, all'altezza di dove un tempo c'era stato il cuore, il vuoto gli doleva. Adesso capiva cosa intendessero dire i mutilati, quando dicevano che continuavano a sentire l'arto mancante. Per molto tempo non aveva avuto bisogno del cuore, e non gli era pesata la sua assenza; ma adesso persino il suo cervello – il suo organizzato, egocentrico, pragmatico cervello! - percepiva nitido il desiderio di provare un sentimento, fosse stato anche il dolore più insopportabile. Un cuore l'avrebbe avvicinato a lei, alla sua tristezza, gli avrebbe forse permesso di sfiorare quei capelli striati d'argento nonostante la giovinezza e suggerito le parole per far tornare a brillare quegli occhi verdi e determinati che lo avevano incantato nella bottega dell'Antiquario...
Il fantasma strinse i pugni con frustrazione: non poteva desiderare ciò cui aveva consapevolmente rinunciato. Varcare la tenda di vetro e freddo avrebbe significato non avere neppure il tempo di sfiorarli, quei capelli, perché una volta tornato in possesso di un cuore il fantasma sarebbe scomparso... Sorrise amaramente. Un fantasma che ha paura di morire.
Ma quel pensiero non lo abbandonò. Ogni volta che Diletta sedeva allo scrittoio, leggendo le lettere per Gabriel o rimanendo in silenzio, immobile per ore, il fantasma sentiva acuirsi il dolore al petto. Tuttavia ogni volta scuoteva la testa, rabbioso, deciso a scacciare quell'idea una volta per tutte: non poteva lasciare lo specchio, non poteva morire, non poteva smettere di scrivere! In un impeto d'ira colpì il proprio tavolo con un pugno, e mentre i fogli e l'inchiostro cadevano a terra si rese conto con orrore che da quando la Ragazza aveva iniziato a leggere le sue lettere lui non era più stato capace di scrivere una sola riga. L'ennesimo romanzo era diventato ormai una pila di fogli ingialliti, e gli angoli di quelli più in alto avevano iniziato ad arricciarsi... Qualcosa dentro di lui sussurrò dolente che il momento era infine giunto.
Poi, improvvisa, la Ragazza lo aveva strappato ai suoi pensieri. Ascoltò le parole di Diletta con gli occhi sbarrati, mentre il dolore si faceva sempre più insopportabile. Parlava lentamente, con dolcezza, tanto che se non avesse distinto le parole avrebbe potuto giurare che quella voce non fosse altro che una carezza... Ma il messaggio della Ragazza non era una carezza, e sembrava che anche la più piccola speranza l'avesse abbandonata.
Questa è l'ultima lettera, angelo mio. Non posso consacrare la mia vita all'attesa di un segno...
Il fantasma attese che finisse, per rispetto, ma fremeva. Non avrebbe più parlato con lui, non avrebbe più cercato rifugio nell'angelo fantasma che vegliava su di lei da dietro lo specchio. Il fantasma comprese che quella morsa alla gola era tristezza, mentre una lacrima di nebbia scivolava sul suo viso.
Raccolse da terra un foglio, e intinse la penna nel poco inchiostro rimasto. Poi, dopo un ultimo sguardo alla propria prigione – e non trovò più alcuna difficoltà nel pensare quella parola –, chiuse gli occhi e si gettò sotto la tenda di vetro e freddo che lo separava dal mondo in cui Diletta viveva e soffriva.
La Ragazza percepì un tenue mutamento poco lontano dal proprio viso, come se una mano invisibile avesse fatto scivolare le dita tra i suoi capelli, ma quando istintivamente si voltò non trovò nessuno. Ancora scuoteva la testa, quando notò il foglio di carta spessa ed ingiallita sullo scrittoio: prima non c'era, non aveva dubbi, e lo sollevò incuriosita.
Non ho mai smesso di ascoltarti.



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