La pioggia cadeva obliqua, come nella migliore tradizione. Il suono che produceva al contatto con il terreno sempre più intriso d'acqua era gradevole, rilassante, quasi magnetico: la ragazza stava seduta alla finestra, con la consapevolezza di doversene staccare ma senza trovare la forza per distogliere la propria attenzione da quel che accadeva all'esterno.
Tanti anni prima una persona, che la conosceva più di quanto avesse sospettato, l'aveva paragonata ad una giornata di pioviggine, e adesso quel ricordo le sembrava straordinariamente opportuno. Malinconica e svogliata, come le gocce che si lasciavano cadere con pigrizia contro la terra appena smossa del giardino... Sì, era stata una definizione quantomai esatta.
Un gatto nero le si sfregò contro le gambe, interrompendo lo scorrere dei suoi pensieri. Lo sollevò per la collottola e, senza staccare gli occhi dalla pioggia, iniziò a giocherellare con lui incurante dei piccoli morsi che questi le dava in cambio: in fin dei conti era un cucciolo, lo faceva per gioco e quello era il suo modo di dimostrarle affetto... Anche se lei sperava che prima o poi ne trovasse un altro. Lo grattò sbadatamente sotto il mento, e l'animale iniziò a fare le fusa ridotto all'impotenza.
Mai sottovalutare i più grandi...
Le fronde del salice piangente si mossero, cullate dal vento, e quasi senza rendersene conto gli occhi della ragazza presero ad accompagnarne il morbido movimento. Era a dir poco ipnotico. Lentamente, mentre all'esterno il vento si faceva più intenso e la pioggia più violenta, le sue palpebre si fecero man mano più pesanti, finché non si chiusero del tutto.
Il maestro di musica, dopo aver maledetto quel tempo ingrato facendo uso di buona parte del proprio repertorio di improperi, entrò nel salone affrescato tenendo lo sguardo fisso sulla sua protetta; la sfacciata opulenza dell'ambiente lo aveva sempre infastidito e messo a disagio, e nonostante il passare degli anni le cose non erano cambiate. Il solo modo per riuscire a sopportare quello sfarzo senza sentirsene oppresso, infatti, era tentare di focalizzare la propria attenzione sull'unica creatura dotata di sentimenti, attraverso di lei spostarsi al pianoforte, e pregare con forza che niente del mondo che li circondava facesse in modo di necessitare di una sola occhiata.
Solo concentrandosi in maniera del tutto esclusiva sulla ragazza, sul cui viso non ricordava di aver mai scorto una sola espressione di gioia nonostante la conoscesse fin da bambina, poteva, in un sol colpo, evitare di dar voce alla propria frustrazione per quell'ostentata ricchezza e impedire al proprio cervello di suscitare in se stesso l'altrimenti inevitabile sensazione di inadeguatezza.
Si avvicinò alla poltrona senza fare rumore, sfiorando appena il pavimento lucido con il suo passo leggero, e prese ad osservarla. Si era addormentata con Medoro in braccio, le sue dita si muovevano ancora impercettibilmente sotto la gola dell'animale che faceva le fusa; la testa era china di lato, verso la finestra che dava sul giardino, e una ciocca di capelli neri stava scivolando giù dallo chignon e ripiegandosi sulle spalle con estrema lentezza. Sembrava molto più serena di quanto lo fosse da sveglia.
Il maestro di musica passò a sua volta a guardare fuori come la ragazza aveva fatto fino a poco prima. Le oscillazioni eleganti e regolari delle fronde del salice piangente emanavano un fascino antico, come di qualcosa che si conosca da sempre ma del quale si sia persa la nitida memoria. Il movimento leggero ed ordinato aveva un che di ipnotico, un'attrattiva magica e stranamente rassicurante che senza dubbio doveva aver conquistato la mente della sua allieva.
Il maestro assestò uno schiaffo discreto su un'orecchia del gatto – lui e gli animali non avevano un buon rapporto, ma quel particolare felino lo irritava più di ogni altro – e quello con un soffio di rumoroso fastidio saltò giù dal grembo della padrona. Pigramente la ragazza aprì gli occhi.
Due occhi color nocciola screziati appena di giallo la fissavano, su un viso conciliante e apparentemente divertito. Il suo maestro affilava i baffi con la mano sinistra, rigirandone le punte tra pollice ed indice con un movimento distratto ma accurato grazie ad anni e anni di assidua pratica.
« Devo essermi addormentata mentre vi aspettavo »
« Almeno così sembrerebbe ».
La ragazza si sollevò dalla poltrona con una smorfia appena accennata. Il sogno in cui era immersa quando il maestro l'aveva svegliata le aveva lasciato uno strano senso di dolcezza in fondo al cuore, che non faceva che aumentare la nostalgia priva di motivo che nelle ultime settimane sempre più spesso l'assaliva. Andò a sedersi al pianoforte a coda, senza riuscire a togliersi dal volto la maschera della malinconia. Gli occhi fissi su di lei, il maestro iniziò a camminare lentamente intorno al pianoforte, con quel suo passo leggero e silenzioso per il quale pareva che egli fluttuasse. La ragazza indugiava con le dita sui tasti.
« Non ce la faccio »
« Suona ». La voce dell'uomo era stata perentoria, lontana da qualsiasi possibilità di condiscendenza. Conosceva troppo bene Charlotte.
« Ho detto di no! » La ragazza aveva alzato la voce senza rendersene conto, e una porta si aprì subito all'altro capo della sala.
« Qualcosa non va, signorina Charlotte? »
La ragazza si sentì arrossire di colpo, non appena nello spiraglio era apparsa la sua cameriera.
« Tutto bene, Mary, grazie; stavo solo spiegando a Medoro che non deve salire sulla tastiera... » Guardò la domestica sparire oltre la porta color miele, quindi rivolse uno sguardo di sfida al maestro. Che glielo restituì con altrettanta fermezza.
« Devi imparare a darmi ascolto. Non puoi inventarti scuse ogni volta che perdi il controllo... »
« Io non ho perso il controllo. Solo, continuo a dire che oggi non riesco a suonare », precisò Charlotte a voce bassa. Non le piaceva che qualcun altro avesse l'ultima parola.
Il maestro di musica si sedette accanto a lei al pianoforte, e le prese una mano con gentilezza. Tuttavia Charlotte tremò: le mani dell'uomo erano così fredde!
« So che non ci riesci, ma ho sperato che avresti voluto provarci. Per me ». Lo sguardo della ragazza si intenerì. Il suo maestro sapeva sempre quali erano le parole giuste.
« Perché Mary non può vedervi? »
Il maestro di musica sospirò, e lei ebbe l'impressione che da lui non uscisse semplice fiato ma vera, concreta tristezza. Tante volte quella domanda era stata posta, nel corso degli anni, e altrettante era stata elusa; non era facile spiegarle il motivo.
« Lo sai bene, cara Charlotte. Nessun altro può vedermi, a parte te... Tu mi ricordi ».
La ragazza chiuse gli occhi, improvvisamente colmi di lacrime. Lo aveva sempre sospettato, eppure adesso che la conferma era giunta le sembrava al tempo stesso così ovvia e così terribile...
« Non potrei mai dimenticarti, zio ». Le pupille del maestro di musica parvero dilatarsi, per la sorpresa, nell'udire quella parola inaspettata. Non si limitava a ricordarlo, lo riconosceva... Ebbe l'impressione di essere sommerso da un uragano.
Aveva lasciato anni prima quella casa, maledicendo tutto ciò che in essa si trovava e a maggior ragione la propria famiglia, e da quel momento nessuno più aveva avuto sue notizie. L'uomo che aveva trovato, solo qualche settimana dopo quella teatrale uscita di scena, il suo corpo sotto un salice lungo la sponda del fiume, aveva passato giorni e giorni tormentandosi all'idea di non sapere a chi restituire il corpo di quello sfortunato giovane che la corrente doveva avere travolto durante l'alluvione. Neppure la polizia era stata in grado di trovare la sua famiglia.
In fondo, Charlotte aveva sempre saputo che l'adorato fratello di sua madre non sarebbe più tornato. Certo la famiglia aveva fatto di tutto per cancellare il suo ricordo: le fotografie erano scomparse, i suoi libri, la sua musica, ogni cosa che potesse suggerire la sua presenza era stato eliminato e nella più felice delle ipotesi gettato via. Più spesso, con acuta crudeltà il nonno aveva usato i vecchi pentagrammi per accendere il caminetto.
Lentamente, e nel silenzio più totale dopo quell'ultimo glorioso abbandono di scena, Magnus Blackmore si era ritirato dal mondo e dalla memoria di quanti l'avevano conosciuto. I genitori di Charlotte, il vecchio e arcigno Duncan, persino la servitù, a furia di imporsi la finzione che quel figlio “degenere, scapestrato e senza midollo” non fosse mai esistito, lo avevano dimenticato. Invece la bambina che aveva assistito al litigio con gli occhi pieni di terrore non lo aveva fatto, e come in un romanzo, quando l'oblio era stato sul punto di vincere ogni resistenza, il maestro di musica era comparso all'improvviso nella sua vita.
« Lo sapevi? »
« Lo sospettavo. Nessuno è mai riuscito a condividere quel che provavo... Nessuno a parte il mio maestro. Non ricordavo il tuo viso, ma la sensazione che qualcun altro comprendesse il mio cuore era la stessa di quando ti nascondevi dietro le tende perché io potessi avere un compagno di giochi... »
Charlotte chiuse di nuovo gli occhi, per nascondere il proprio desiderio di abbandonarsi alle lacrime. Improvvisamente tutti gli anni per cui il maestro le era stato accanto non sembravano avere alcuna importanza: se davvero si era sempre trattato di Magnus, se nessuno a parte lei poteva vederlo e sentire la sua voce, allora poteva significare soltanto che l'amico di cui da sempre aspettava il ritorno era...
Il maestro di musica le sfiorò la linea del viso con la punta delle dita. Quant'era cresciuta, la sua bambina, da quando aveva lasciato la villa, e quanto era cresciuto l'affetto che provava per lei, negli anni in cui le era stato accanto come un'invisibile sconosciuto innamorato delle note di un pianoforte...
« Perché sei tornato? » Aveva posto quella domanda d'istinto, subito desiderando di non udire alcuna risposta: temeva di rimanere delusa, temeva di sentirgli dire che lei non aveva alcun ruolo nella scelta di restare e che in realtà, davvero, gli spiriti infelici rimanevano per l'eternità prigionieri nel luogo della loro sofferenza. Perché quella casa per lo zio Magnus era stata senza ombra di dubbio un luogo di sofferenza, lei adesso lo ricordava bene... E non riusciva a trovare nessun altro motivo per cui lui avesse potuto scegliere di recarvisi tre volte la settimana per tutti quegli anni, nessun altro motivo se non una iniqua condanna.
« Sarebbero riusciti in quello che avevano tentato con me, se non lo avessi fatto. Avrebbero ucciso la tua musica ».
Sì, il maestro sapeva quanto aveva dovuto lottare perché lei non cedesse alle pressioni del vecchio Duncan. Ricordava con estrema precisione l'orgoglio che aveva provato, quando a quindici anni Charlotte gli aveva raccontato – aveva raccontato al suo maestro – con che determinazione si fosse opposta al progetto del nonno di vendere il pianoforte. E ricordava pure quanto era stato difficile convincerla che la musica non avrebbe in alcun modo sminuito il suo dolore e il suo lutto, quando i genitori erano scomparsi.
Anni di fatiche, al seguito di quella ragazza dall'aria malinconica e forse incapace di sorridere, perché non abbandonasse ciò per cui entrambi nutrivano tanto smisurato amore... E ora lei aveva gettato la spugna. L'incidente l'aveva cambiata, il maestro temeva senza via d'uscita; era successa la cosa peggiore che potesse accadere: Charlotte aveva paura di suonare.
« È morta comunque, zio. Le mie mani non sono in grado di assecondare ciò che il mio cuore desidera ». Quindi, rivolgendogli un'occhiata quasi di rimprovero, concluse « E lo sai bene ».
Il maestro di musica si alzò dallo sgabello e – con l'usuale leggerezza, di cui finalmente Charlotte vedeva la ragione – si stagliò di fronte alla finestra: salvo qualche rada goccia ritardataria la pioggia era cessata, e nella nebbia che si addensava le fronde del salice piangente si muovevano appena, quasi a scuotersi di dosso la fastidiosa umidità.
« Ricordi ancora quando ti dissi che somigliavi ad un tempo come questo? »
La ragazza annuì in silenzio. Il maestro di musica sorrise compiaciuto, lisciandosi i baffi tra pollice ed indice come al solito.
« Non puoi suonare? D'accordo. Allora canta... Canta la nebbia, Charlotte. Cantala, riesci a sentirla? »
Sulle prime la ragazza rimase immobile, senza capire, poi le parole del suo maestro si fecero strada oltre ogni resistenza della ragione e della paura e per la prima volta si rese conto di stare sorridendo. Indipendente dalla volontà la voce uscì dalle sue labbra seguendo quella musica che, come la magia del salice, le sembrava di conoscere da sempre; comprese che tutto proveniva dallo stesso luogo, la nebbia, il salice, il suo maestro... Era certa di sentire le note librarsi nella stanza, provenire dal pianoforte, eppure il maestro di musica non faceva altro che continuare a guardarla, fermo, con le spalle rivolte alla finestra.
I suoi occhi brillavano d'orgoglio e di affetto, di una felicità mai provata: e mentre Charlotte continuava a cantare, sotto il suo sguardo incredulo il maestro di musica parve attraversare i vetri chiusi, oltrepassare il prato ristorato dalla pioggia e scomparire in un ultimo, delicato fruscio delle foglie del salice.
giovedì 10 aprile 2008
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1 commento:
Grazie per questo bellissimo racconto che ulteriormente conferma il tuo talento. Brava brava brava.
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