giovedì 24 aprile 2008

*stanchezza*

Salve, non sono un racconto.
Sono una pausa, un momento di ferocia della mia autrice.
*Ella* è nervosa, molto nervosa,
come ogni volta che si sente presa in giro.
Dice che è stanca
stanca di tante cose,
primariamente di farsi illusioni
secondariamene, di vederle bruciare.
E' stanca di voler bene
e di restar male per tante cose
è stanca di arrabbiarsi,
per quanto poco letterario sia.
E' stanca di sentirsi sola
come un cactus nel deserto
stanca di avere spine
e che nessuno le dia mai da bere.
Stanca di essere s*r*n*a,
o di non esserlo abbastanza.
Scusatela.
Alla prossima.

giovedì 10 aprile 2008

Music in the rain

La pioggia cadeva obliqua, come nella migliore tradizione. Il suono che produceva al contatto con il terreno sempre più intriso d'acqua era gradevole, rilassante, quasi magnetico: la ragazza stava seduta alla finestra, con la consapevolezza di doversene staccare ma senza trovare la forza per distogliere la propria attenzione da quel che accadeva all'esterno.
Tanti anni prima una persona, che la conosceva più di quanto avesse sospettato, l'aveva paragonata ad una giornata di pioviggine, e adesso quel ricordo le sembrava straordinariamente opportuno. Malinconica e svogliata, come le gocce che si lasciavano cadere con pigrizia contro la terra appena smossa del giardino... Sì, era stata una definizione quantomai esatta.
Un gatto nero le si sfregò contro le gambe, interrompendo lo scorrere dei suoi pensieri. Lo sollevò per la collottola e, senza staccare gli occhi dalla pioggia, iniziò a giocherellare con lui incurante dei piccoli morsi che questi le dava in cambio: in fin dei conti era un cucciolo, lo faceva per gioco e quello era il suo modo di dimostrarle affetto... Anche se lei sperava che prima o poi ne trovasse un altro. Lo grattò sbadatamente sotto il mento, e l'animale iniziò a fare le fusa ridotto all'impotenza.
Mai sottovalutare i più grandi...
Le fronde del salice piangente si mossero, cullate dal vento, e quasi senza rendersene conto gli occhi della ragazza presero ad accompagnarne il morbido movimento. Era a dir poco ipnotico. Lentamente, mentre all'esterno il vento si faceva più intenso e la pioggia più violenta, le sue palpebre si fecero man mano più pesanti, finché non si chiusero del tutto.

Il maestro di musica, dopo aver maledetto quel tempo ingrato facendo uso di buona parte del proprio repertorio di improperi, entrò nel salone affrescato tenendo lo sguardo fisso sulla sua protetta; la sfacciata opulenza dell'ambiente lo aveva sempre infastidito e messo a disagio, e nonostante il passare degli anni le cose non erano cambiate. Il solo modo per riuscire a sopportare quello sfarzo senza sentirsene oppresso, infatti, era tentare di focalizzare la propria attenzione sull'unica creatura dotata di sentimenti, attraverso di lei spostarsi al pianoforte, e pregare con forza che niente del mondo che li circondava facesse in modo di necessitare di una sola occhiata.
Solo concentrandosi in maniera del tutto esclusiva sulla ragazza, sul cui viso non ricordava di aver mai scorto una sola espressione di gioia nonostante la conoscesse fin da bambina, poteva, in un sol colpo, evitare di dar voce alla propria frustrazione per quell'ostentata ricchezza e impedire al proprio cervello di suscitare in se stesso l'altrimenti inevitabile sensazione di inadeguatezza.
Si avvicinò alla poltrona senza fare rumore, sfiorando appena il pavimento lucido con il suo passo leggero, e prese ad osservarla. Si era addormentata con Medoro in braccio, le sue dita si muovevano ancora impercettibilmente sotto la gola dell'animale che faceva le fusa; la testa era china di lato, verso la finestra che dava sul giardino, e una ciocca di capelli neri stava scivolando giù dallo chignon e ripiegandosi sulle spalle con estrema lentezza. Sembrava molto più serena di quanto lo fosse da sveglia.
Il maestro di musica passò a sua volta a guardare fuori come la ragazza aveva fatto fino a poco prima. Le oscillazioni eleganti e regolari delle fronde del salice piangente emanavano un fascino antico, come di qualcosa che si conosca da sempre ma del quale si sia persa la nitida memoria. Il movimento leggero ed ordinato aveva un che di ipnotico, un'attrattiva magica e stranamente rassicurante che senza dubbio doveva aver conquistato la mente della sua allieva.
Il maestro assestò uno schiaffo discreto su un'orecchia del gatto – lui e gli animali non avevano un buon rapporto, ma quel particolare felino lo irritava più di ogni altro – e quello con un soffio di rumoroso fastidio saltò giù dal grembo della padrona. Pigramente la ragazza aprì gli occhi.
Due occhi color nocciola screziati appena di giallo la fissavano, su un viso conciliante e apparentemente divertito. Il suo maestro affilava i baffi con la mano sinistra, rigirandone le punte tra pollice ed indice con un movimento distratto ma accurato grazie ad anni e anni di assidua pratica.
« Devo essermi addormentata mentre vi aspettavo »
« Almeno così sembrerebbe ».
La ragazza si sollevò dalla poltrona con una smorfia appena accennata. Il sogno in cui era immersa quando il maestro l'aveva svegliata le aveva lasciato uno strano senso di dolcezza in fondo al cuore, che non faceva che aumentare la nostalgia priva di motivo che nelle ultime settimane sempre più spesso l'assaliva. Andò a sedersi al pianoforte a coda, senza riuscire a togliersi dal volto la maschera della malinconia. Gli occhi fissi su di lei, il maestro iniziò a camminare lentamente intorno al pianoforte, con quel suo passo leggero e silenzioso per il quale pareva che egli fluttuasse. La ragazza indugiava con le dita sui tasti.
« Non ce la faccio »
« Suona ». La voce dell'uomo era stata perentoria, lontana da qualsiasi possibilità di condiscendenza. Conosceva troppo bene Charlotte.
« Ho detto di no! » La ragazza aveva alzato la voce senza rendersene conto, e una porta si aprì subito all'altro capo della sala.
« Qualcosa non va, signorina Charlotte? »
La ragazza si sentì arrossire di colpo, non appena nello spiraglio era apparsa la sua cameriera.
« Tutto bene, Mary, grazie; stavo solo spiegando a Medoro che non deve salire sulla tastiera... » Guardò la domestica sparire oltre la porta color miele, quindi rivolse uno sguardo di sfida al maestro. Che glielo restituì con altrettanta fermezza.
« Devi imparare a darmi ascolto. Non puoi inventarti scuse ogni volta che perdi il controllo... »
« Io non ho perso il controllo. Solo, continuo a dire che oggi non riesco a suonare », precisò Charlotte a voce bassa. Non le piaceva che qualcun altro avesse l'ultima parola.
Il maestro di musica si sedette accanto a lei al pianoforte, e le prese una mano con gentilezza. Tuttavia Charlotte tremò: le mani dell'uomo erano così fredde!
« So che non ci riesci, ma ho sperato che avresti voluto provarci. Per me ». Lo sguardo della ragazza si intenerì. Il suo maestro sapeva sempre quali erano le parole giuste.
« Perché Mary non può vedervi? »
Il maestro di musica sospirò, e lei ebbe l'impressione che da lui non uscisse semplice fiato ma vera, concreta tristezza. Tante volte quella domanda era stata posta, nel corso degli anni, e altrettante era stata elusa; non era facile spiegarle il motivo.
« Lo sai bene, cara Charlotte. Nessun altro può vedermi, a parte te... Tu mi ricordi ».
La ragazza chiuse gli occhi, improvvisamente colmi di lacrime. Lo aveva sempre sospettato, eppure adesso che la conferma era giunta le sembrava al tempo stesso così ovvia e così terribile...
« Non potrei mai dimenticarti, zio ». Le pupille del maestro di musica parvero dilatarsi, per la sorpresa, nell'udire quella parola inaspettata. Non si limitava a ricordarlo, lo riconosceva... Ebbe l'impressione di essere sommerso da un uragano.
Aveva lasciato anni prima quella casa, maledicendo tutto ciò che in essa si trovava e a maggior ragione la propria famiglia, e da quel momento nessuno più aveva avuto sue notizie. L'uomo che aveva trovato, solo qualche settimana dopo quella teatrale uscita di scena, il suo corpo sotto un salice lungo la sponda del fiume, aveva passato giorni e giorni tormentandosi all'idea di non sapere a chi restituire il corpo di quello sfortunato giovane che la corrente doveva avere travolto durante l'alluvione. Neppure la polizia era stata in grado di trovare la sua famiglia.
In fondo, Charlotte aveva sempre saputo che l'adorato fratello di sua madre non sarebbe più tornato. Certo la famiglia aveva fatto di tutto per cancellare il suo ricordo: le fotografie erano scomparse, i suoi libri, la sua musica, ogni cosa che potesse suggerire la sua presenza era stato eliminato e nella più felice delle ipotesi gettato via. Più spesso, con acuta crudeltà il nonno aveva usato i vecchi pentagrammi per accendere il caminetto.
Lentamente, e nel silenzio più totale dopo quell'ultimo glorioso abbandono di scena, Magnus Blackmore si era ritirato dal mondo e dalla memoria di quanti l'avevano conosciuto. I genitori di Charlotte, il vecchio e arcigno Duncan, persino la servitù, a furia di imporsi la finzione che quel figlio “degenere, scapestrato e senza midollo” non fosse mai esistito, lo avevano dimenticato. Invece la bambina che aveva assistito al litigio con gli occhi pieni di terrore non lo aveva fatto, e come in un romanzo, quando l'oblio era stato sul punto di vincere ogni resistenza, il maestro di musica era comparso all'improvviso nella sua vita.
« Lo sapevi? »
« Lo sospettavo. Nessuno è mai riuscito a condividere quel che provavo... Nessuno a parte il mio maestro. Non ricordavo il tuo viso, ma la sensazione che qualcun altro comprendesse il mio cuore era la stessa di quando ti nascondevi dietro le tende perché io potessi avere un compagno di giochi... »
Charlotte chiuse di nuovo gli occhi, per nascondere il proprio desiderio di abbandonarsi alle lacrime. Improvvisamente tutti gli anni per cui il maestro le era stato accanto non sembravano avere alcuna importanza: se davvero si era sempre trattato di Magnus, se nessuno a parte lei poteva vederlo e sentire la sua voce, allora poteva significare soltanto che l'amico di cui da sempre aspettava il ritorno era...
Il maestro di musica le sfiorò la linea del viso con la punta delle dita. Quant'era cresciuta, la sua bambina, da quando aveva lasciato la villa, e quanto era cresciuto l'affetto che provava per lei, negli anni in cui le era stato accanto come un'invisibile sconosciuto innamorato delle note di un pianoforte...
« Perché sei tornato? » Aveva posto quella domanda d'istinto, subito desiderando di non udire alcuna risposta: temeva di rimanere delusa, temeva di sentirgli dire che lei non aveva alcun ruolo nella scelta di restare e che in realtà, davvero, gli spiriti infelici rimanevano per l'eternità prigionieri nel luogo della loro sofferenza. Perché quella casa per lo zio Magnus era stata senza ombra di dubbio un luogo di sofferenza, lei adesso lo ricordava bene... E non riusciva a trovare nessun altro motivo per cui lui avesse potuto scegliere di recarvisi tre volte la settimana per tutti quegli anni, nessun altro motivo se non una iniqua condanna.
« Sarebbero riusciti in quello che avevano tentato con me, se non lo avessi fatto. Avrebbero ucciso la tua musica ».
Sì, il maestro sapeva quanto aveva dovuto lottare perché lei non cedesse alle pressioni del vecchio Duncan. Ricordava con estrema precisione l'orgoglio che aveva provato, quando a quindici anni Charlotte gli aveva raccontato – aveva raccontato al suo maestro – con che determinazione si fosse opposta al progetto del nonno di vendere il pianoforte. E ricordava pure quanto era stato difficile convincerla che la musica non avrebbe in alcun modo sminuito il suo dolore e il suo lutto, quando i genitori erano scomparsi.
Anni di fatiche, al seguito di quella ragazza dall'aria malinconica e forse incapace di sorridere, perché non abbandonasse ciò per cui entrambi nutrivano tanto smisurato amore... E ora lei aveva gettato la spugna. L'incidente l'aveva cambiata, il maestro temeva senza via d'uscita; era successa la cosa peggiore che potesse accadere: Charlotte aveva paura di suonare.
« È morta comunque, zio. Le mie mani non sono in grado di assecondare ciò che il mio cuore desidera ». Quindi, rivolgendogli un'occhiata quasi di rimprovero, concluse « E lo sai bene ».
Il maestro di musica si alzò dallo sgabello e – con l'usuale leggerezza, di cui finalmente Charlotte vedeva la ragione – si stagliò di fronte alla finestra: salvo qualche rada goccia ritardataria la pioggia era cessata, e nella nebbia che si addensava le fronde del salice piangente si muovevano appena, quasi a scuotersi di dosso la fastidiosa umidità.
« Ricordi ancora quando ti dissi che somigliavi ad un tempo come questo? »
La ragazza annuì in silenzio. Il maestro di musica sorrise compiaciuto, lisciandosi i baffi tra pollice ed indice come al solito.
« Non puoi suonare? D'accordo. Allora canta... Canta la nebbia, Charlotte. Cantala, riesci a sentirla? »
Sulle prime la ragazza rimase immobile, senza capire, poi le parole del suo maestro si fecero strada oltre ogni resistenza della ragione e della paura e per la prima volta si rese conto di stare sorridendo. Indipendente dalla volontà la voce uscì dalle sue labbra seguendo quella musica che, come la magia del salice, le sembrava di conoscere da sempre; comprese che tutto proveniva dallo stesso luogo, la nebbia, il salice, il suo maestro... Era certa di sentire le note librarsi nella stanza, provenire dal pianoforte, eppure il maestro di musica non faceva altro che continuare a guardarla, fermo, con le spalle rivolte alla finestra.
I suoi occhi brillavano d'orgoglio e di affetto, di una felicità mai provata: e mentre Charlotte continuava a cantare, sotto il suo sguardo incredulo il maestro di musica parve attraversare i vetri chiusi, oltrepassare il prato ristorato dalla pioggia e scomparire in un ultimo, delicato fruscio delle foglie del salice.

giovedì 3 aprile 2008

Fallen - Caduto

Era ancora là.
Alto, ritto nonostante un'età che pareva insondabile ma dava l'impressione d'essere piuttosto avanzata, l'espressione un po' triste incisa nelle rughe sottili e sensuali del suo viso. E gli occhi, occhi chiari e penetranti come il bagliore di una lama di coltello; occhi come di ragazzo, che a prima vista stonavano un poco nell'aspetto solenne dell'uomo, occhi che di tanto in tanto si velavano di ricordi troppo densi per poter essere riportati alla luce fino a diventare gli occhi di chi sembrava aver vissuto mille anni o forse più.
Ed era ancora là, immobile nel bar sull'altro lato della strada, un sigaro spento tra le dita, là ad aspettare lei. Perché sapeva che alla fine l'avrebbe vista.
Anche la donna che lui chiamava Minerva sapeva. Non aveva una precisa consapevolezza, non avrebbe potuto, ma in un livello al di sopra delle percezioni e della ragione sapeva che lui era là fuori, da qualche parte... In un angolo nascosto di quella loro assurda città, appoggiato ad un muro, seduto su una panchina, dietro un giornale aperto, magnifico nella sua eterna solitudine. Lo sentiva. Non lo aveva mai visto e se le cose fossero andate secondo i piani non sarebbe mai capitato, ma sentiva la sua presenza, un passo dietro di sé: un'ombra amica, un leggero vento d'ali, un lampo di luce, niente più.

L'uomo si raddrizzò sulla sedia un attimo prima che Minerva oltrepassasse il portone del palazzo in cui lavorava, lasciando sul tavolo il prezzo della consumazione – torta di nocciole e caffè alla vaniglia, più un adeguato extra per la cameriera. Quindi si alzò con tutta calma, per concedere alla donna dall'altra parte della strada il tempo di trovare un taxi, e si rimise in cammino. Discretamente, in silenzio, sparendo dietro un angolo ogni volta che lei si voltava, perché seguirla da lontano era stata la sua missione. Comparire al momento giusto era stato, tanto tempo prima, il suo lavoro, ma ormai tutto ciò che ne rimaneva era la capacità di svanire tra le ombre un attimo prima di essere visto... Sempre con la segreta e inconfessata speranza che finalmente Minerva avrebbe un giorno potuto scorgerlo, costringendolo una volta per tutte ad uscire da quella tremenda prigione.
Sfilò gli occhiali e li pulì distrattamente, mentre, dopo avere a propria volta sottratto un taxi ad un furibondo uomo d'affari, chiedeva in tono asciutto al conducente di seguire i fanali dell'auto su cui la ragazza si trovava, ormai a distanza di sicurezza nel traffico.
“Una pupa da tenere d'occhio, eh?”, aveva domandato il tassista, allusivo, immettendosi nella circolazione e lanciando un'occhiata complice all'uomo seduto sul sedile posteriore. Ma il passeggero era rimasto immobile, impassibile, a sfregare le lenti con gesti meccanici e la mente fissa chissà dove. La voce dell'uomo arrivò ai suoi sensi lunghi minuti più tardi, quando ormai l'altro si era rassegnato a trasportare nel silenzio quel cliente così stravagante.
“Non è una 'pupa' “, si limitò a dire, ma il tono che aveva usato non avrebbe invogliato il minimo commento. Minerva non era una “pupa”, non lo era mai stata e lui lo sapeva meglio di chiunque altro. Sì, lui sapeva. Perché vedeva, aveva sempre visto ogni cosa, e non avrebbe certo permesso all'incauta, sciocca osservazione di uno sconosciuto incrociato per caso di mettere in dubbio quella verità immutabile.

Minerva infilò la chiave nella serratura con un senso di lieve delusione. Non c'era niente, davanti alla porta, niente sulle scale, niente sullo zerbino, niente appoggiato al muro... Non un biglietto, non uno dei piccoli doni che da qualche tempo trovava ogni giovedì.
Nel primo periodo si era preoccupata, per quegli inspiegabili ritrovamenti, preoccupata fin quasi al punto di denunciare il fatto alla polizia, ma quando aveva capito (senza sapere in che modo, per altro) che il misterioso sconosciuto che con tanta cura sapeva scegliere un fiore o un biglietto non si sarebbe mai fatto vivo, aveva rinunciato senza fatica agli iniziali propositi bellicosi.
Certo ai primi momenti di allarme e timore era subentrata la fase della curiosità, il desiderio di incontrare quell'ammiratore che così bene sembrava indovinare ciò di cui il suo cuore aveva bisogno; ma dopo sei mesi, per forza di cose, quelle fasi intermedie erano state superate. E Minerva si godeva, con un sorriso pieno d'affetto per un uomo che – adesso lo sapeva – non avrebbe mai visto, le piacevoli sorprese con cui lui silenziosamente le dava il benvenuto ogni giovedì.
Ma quel giorno non c'era nulla, ad aspettarla, e la donna fece scattare la chiave sforzandosi di non ammettere di esserci rimasta male. Fu allora che la vide. La busta di carta un poco ingiallita, appena oltre la soglia, chiaramente fatta scivolare attraverso la fessura sotto la porta. Minerva si chinò a raccoglierla, mentre un sorriso si allargava sulle sue labbra.

In piedi ed appoggiato ad un lampione, alto e scuro come il ferro che lo sosteneva, l'uomo riusciva incredibilmente ad essere invisibile nonostante il suo aspetto fuori dal comune. Era riuscito a conservare, a dispetto delle molte cose perdute del suo passato, la straordinaria abilità di non colpire lo sguardo di chi incrociava la sua strada, restando niente più che un'ombra dai contorni sfumati in fondo agli occhi, sbuffo di fumo o nuvola che spariva non appena si tentava di metterlo a fuoco.
Un vago sorriso interrompeva i lineamenti del suo volto, sopra il maglione dolcevita nero. E quel sorriso, da molti anni a quella parte, svelava come in un libro aperto i suoi pensieri, o, meglio, il suo pensiero. Perché quello era il sorriso di Minerva, per lei sola, e se solo fosse esistito ancora uno soltanto di quelli che lo avevano conosciuto, senza dubbio avrebbe letto in quel sorriso la soddisfazione per il fatto che lei, a quell'ora, certo doveva avere trovato il suo biglietto.

Era carta spessa, ruvida, molto vecchia... Vecchia di secoli, perché no.
“Non ci sono altre cose – e dico proprio cose – oltre a quelle che si vedono? “
“Tante. Le cose dietro alle nostre spalle; le cose troppo lontane; in generale, tutte le cose, se c'è abbastanza buio “
*
Minerva si scrutò per un attimo nello specchio dell'ingresso e sorrise a propria volta, ignorando che sul marciapiede sotto casa sua, nel medesimo istante, allineato come un'ombra al lampione di ferro battuto, un uomo stava facendo la stessa identica cosa.
Era curioso, pensare che da qualche parte là fuori esistesse qualcuno in grado di intuire la sua anima al punto di scegliere, settimana dopo settimana per più di sei mesi, il piccolo pensiero o la frase giusta per strapparle un attimo di serenità, senza sbagliare mai. Chiunque fosse, quell'angelo senza volto era una di quelle cose che non si vedono arrivato chissà come o perché nella sua vita. Minerva accese il gas sotto il bollitore, la mente fissa su quella rassicurante consapevolezza.

Ma ora il tempo stava per finire.
Se ne era reso conto all'improvviso, con un moto di panico, mentre una nebbia sottile saliva dai marciapiedi fradici di pioggia e il sole sembrava sciogliersi, rosso come un grumo di sangue, sull'orizzonte ancora velato, qua e là, da nubi grigio scuro. Da anni, secoli ormai aveva smesso di attendere il segnale, convincendosi, non senza una massiccia dose di sogno, che alla fine davvero si fossero dimenticati di lui. In fin dei conti, era caduto da così tanto tempo... Avrebbe potuto trascinarsi, ancora per un po'.
Ora invece, ora che aveva smesso di aspettare, ora che anche la speranza di tornare era venuta meno, ora che aveva trovato una ragione di vita, il segnale era arrivato. Quel maledetto gabbiano aveva girato davvero su se stesso tre volte, oppure era stata soltanto una suggestione? L'uomo fissò gli occhi sull'animale, che adesso passeggiava lungo l'argine del fiume con la testa rivolta verso di lui. Ecco. Quello certo non poteva essere un caso. Il gabbiano guardò un'ultima volta l'uomo sgomento, spiccò il volo e di nuovo compì tre leggiadri volteggi circolari.
Dimentica per un istante dell'autocontrollo che da tanti anni il suo proprietario esercitava su se stesso, la mano destra dell'uomo si abbatté con violenza sul lampione alle sue spalle. Non era possibile, non era giusto, non era... L'uomo trasse un profondo respiro. Doveva calmarsi, non era dignitoso per un angelo comportarsi in modo tanto emotivo; ma tra il dirlo, e mettere in pratica il concetto, ci passava una vita intera.

Minerva era stata investita da un'ondata di tristezza inspiegabile, arrivata da chissà dove ma così forte da costringerla a posare in fretta la tazza del tè per non rischiare di rovesciarla. Senza motivo se non uno sconosciuto istinto, si affacciò in fretta alla finestra della cucina e prese a frugare con lo sguardo la strada sottostante. Gente che camminava, parlava, viveva come ogni giorno; tutto come sempre, come in ogni singolo istante della sua vita, tutto normale... E invece no, non tutto. Nell'istante stesso in cui i suoi occhi si posarono su di lui, sull'uomo vestito di nero che per un istante si era passato la mano sulla fronte, in quel gesto di tradita disperazione Minerva comprese di avere trovato, ad un tempo, il proprio angelo e la fonte della dolorosa tristezza che l'aveva colpita pochi istanti prima.

Lei lo aveva visto.

L'uomo in nero tentò di scivolare via dal suo sguardo, come spesso aveva fatto con tutti gli altri, ma i sentimenti contrastanti che si agitavano in lui da quando si era reso conto che Minerva lo aveva finalmente scoperto glielo rendevano impossibile; ciò che per anni aveva desiderato, sperato al di là di ogni speranza, era accaduto, ma adesso era troppo tardi, e lui si sentiva così stanco...
“ Sei tu".
Le parole della donna caddero nel silenzio, mentre intorno a loro la vita della gente proseguiva senza ostacoli: nessuno vedeva quell'uomo alto e solenne, sempre più pallido sopra il collo del dolcevita nero, e nessuno vedeva neppure Minerva, la musa per cui un tempo lui aveva abbandonato la propria vita.
“ Il mio angelo... Sei tu, lo so".
L'uomo si voltò piano, fino a trovarsela di fronte, sguardo nello sguardo: e anche gli occhi di Minerva parvero assumere l'eterna profondità di quelli di lui. Annuì con un breve cenno della testa, quasi imbarazzato, ma non parlò. Sentiva che non ne sarebbe stato capace senza che la commozione per quel sogno realizzatosi troppo tardi prendesse il sopravvento. Non sarebbe stato in grado di tenerla a bada, non con la fine così vicina e le forze sempre più esili.
Minerva batté un paio di volte le palpebre; le sembrava che nella sua mente comparissero ricordi nuovi, inconsapevoli e al tempo stesso innegabili... Il bel viso dell'uomo, la sua sagoma scura contro il lampione, i contorni che sembravano sfumare, tutto di lui le ispirava sensazioni conosciute ma dimenticate, come una vita risalente a secoli prima ma cancellata dalla memoria razionale... Poi, finalmente, mentre un riflesso incondizionato dei suoi muscoli le faceva spalancare gli occhi, dal mare torbido dell'irrazionale emerse un nome.
“ Gabriel...? ”
L'uomo sorrise, un poco stupito. Non capiva come lei avesse potuto riconoscerlo, ma ne era lieto: gli sembrava un modo molto felice per andarsene... La donna lo guardava sorridendo, senza domande, senza curiosità; qualche tempo prima, in uno dei suoi biglietti, lui le aveva scritto che “l'amore di apprezzamento contempla trattenendo il respiro, e tace”**, e lei ora si sentiva esattamente così. Come se non esistesse, se non potesse esistere, qualcosa o qualcuno in tutto il mondo in grado di distogliere la sua attenzione da lui. Come se non ci fosse nient'altro da fare, e il guardarlo, dopo tanto averlo atteso, fosse l'unica cosa possibile.
Nonostante si sentisse sempre più debole, l'uomo riconobbe senza fatica i pensieri di Minerva, e pur senza dire una parola gliene fu profondamente grato. Poi, all'improvviso, si accasciò.
Minerva si inginocchiò accanto a lui, un poco spaventata nonostante gli occhi dell'uomo le trasmettessero la serena consapevolezza che quello era il naturale svolgersi delle cose, gli sollevò la testa appoggiandosela in grembo, e con un gesto naturale che tuttavia la stupì ne accarezzò per la prima volta il viso.
“ Non puoi andartene adesso", gli disse, nel suo abituale tono ragionevole e pragmatico, risoluto ma un poco velato di malinconia. “ Non puoi. Non ti ho ancora ringraziato... “
Gabriel chiuse gli occhi per un attimo, sentendo che il momento di ritornare si avvicinava. Ciò che per anni aveva sperato era accaduto solo in parte, ma andava bene così... Minerva non avrebbe saputo che aveva lasciato la propria vita per vegliare su di lei, non avrebbe saputo fino a che punto era stato sciocco, non avrebbe saputo che pur di impedire che le accadesse qualcosa era scivolato, lentamente, fin sulla terra, era diventato troppo pesante e non era stato più capace di risalire.
Non importava che lo fosse, o che lo fosse stato: Minerva aveva riconosciuto in lui il suo angelo, e questo era anche più di quanto avesse sperato. Aprì gli occhi per guardarla ancora una volta, mentre una calda lacrima ne scivolava via fino a bagnarle le dita. Un istante più tardi Minerva si ritrovò inginocchiata a terra, con nient'altro che quella lacrima a parlare del suo angelo. Intorno a lei, soltanto la nebbia in cui Gabriel si era dissolto.

(note:
*C. S. Lewis, “A viso scoperto”
**C.S. Lewis, “I quattro amori”)