« La ferita è molto brutta, lady Fowler ». Il medico non aveva usato mezzi termini: e tutti nella zona sapevano che quando Jeremiah Mann si pronunciava con tanta sicurezza non c'era margine d'errore nella diagnosi. Ma quando, dopo qualche istante, aveva infine precisato: « Davvero molto brutta, mi dispiace », Charity aveva compreso che quella sarebbe stata la fine, aveva congedato il medico con qualche vago ringraziamento ed era rientrata nella stanza di Jonathan in silenzio. Era rimasta a guardarlo per ore, immobile ai piedi del letto, senza una parola né una lacrima mentre i forti sedativi somministratigli dal dottor Mann gli rendevano impossibile, grazie al cielo, sentire gli effetti devastanti che i due proiettili avevano determinato nel suo corpo. Jonathan era disteso là, senza muovere un muscolo, senza aprire gli occhi, il respiro appena percettibile, e Charity ricordava nettamente di avere pensato che trovarsi in quello stato era già in un certo senso come essere morti.
Jonathan Fowler però era un uomo forte, un lottatore suo malgrado, e aveva resistito, attaccato alla vita con tutte le sue forze, per sei interi giorni prima di arrendersi. Sua moglie era stata al capezzale senza interruzione, mangiando e dormendo solo il minimo indispensabile, con una determinazione serena quanto ammirevole. Ma non aveva domandato miracoli, non aveva pregato: si sentiva dominata da uno strano senso di inevitabilità, una sorta di fatalismo pacifico e rassegnato che mai avrebbe creduto di poter provare, e si era limitata a guardar le cose accadere.
Ora però le domande di lord Spencer cambiavano tutto: fino a quel momento, accettare la follia di un incidente era stata la sola cosa da fare; ma se davvero – come Spencer Drake sembrava sospettare – si fosse trattato di un atto voluto? Credere alle parole degli altri cacciatori, che tanto in fretta si erano prodigati per riportare a casa il ferito, era stata la cosa più la logica ed immediata, ma adesso? Chi degli amici di Jonathan aveva mentito, e perché?
« Non è mia intenzione essere sgarbato, cara, ma hai un pessimo aspetto »
« Lo so. Non ho praticamente chiuso occhio, e comunque sono ancora in grado di guardarmi allo specchio ». La voce di Charity McElroy era stata brusca e sbrigativa; gli aveva risposto senza interrompere la propria attività: sulla scrivania di Jonathan torreggiavano fogli e cartelle di cuoio, mentre la donna continuava ad estrarne di nuovi dai cassetti della parte inferiore della libreria. Lord Spencer era rimasto sotto l'arco della porta dello studio, entrambe le mani appoggiate al pomo del bastone – una deliziosa testa di leone, che la sua protetta aveva fatto incidere appositamente per un lontano compleanno di quell'uomo dal temperamento così simile a quello del nobile felino – e il portamento aristocratico, ancora in giacca da camera, e immobile a guardarla.
Il collo dell'abito nero era abbottonato fino in cima, poco sotto alla linea del viso, senza fronzoli, e un sottile crocifisso d'oro bianco – lord Spencer lo riconobbe: era stato di sua sorella, e Jonathan l'aveva donato a Charity al loro primo Natale – sembrava l'unica cosa a dar luce alla sua persona. Nel notare, sulla punta del naso, la leggera montatura dorata di un paio d'occhiali, istintivamente l'uomo sorrise: la sua bambina era davvero diventata grande, allora...
« Cosa cerchi? » Gli occhi di Charity infine si alzarono, e il bianco arrossato intorno alle iridi azzurre tradiva la notte in bianco appena trascorsa.
« Un motivo per odiare tanto Jonathan da ammazzarlo. Mi pare ovvio ». Spencer Drake si avvicinò alla scrivania e le sfilò un libro contabile dalle mani. Il suo sguardo era gelido.
« Temo di averti suggerito un'idea sbagliata circa le mie sensazioni in proposito ». La donna restituì lo sguardo con fierezza, la mascella un po' contratta nel tentativo di trattenere la rabbia.
« Siete stato più che chiaro, milord. Non pensiate di poter fare di me ciò che gradite in base al tempo... » Lord Drake rimase qualche istante in silenzio, senza tuttavia mollare la presa sul grosso volume. Cercava di valutare in tempi strettissimi le possibilità che gli restavano per gestire quella grana: tentar di convincere Charity di non avere bene inteso le sue parole sarebbe stato stupido e controproducente...
« Me ne occuperò io, tesoro. Non devi preoccuparti di nulla ». Per tutta risposta, lei si lasciò cadere sulla sedia a schienale alto di Jonathan: nel loro irrinunciabile linguaggio simbolico, una vera e propria presa di potere.
« È un modo silenzioso per comunicarmi chi comanda, Charity? ». Oltre la voce affabile e paziente, lord Spencer Drake sentiva l'irritazione crescere. Certo i momenti di tensione con Charity non erano mai mancati, ma che proprio ora, in tali circostanze, avesse deciso di fare di testa propria, coi rischi che avrebbe potuto correre...
« Spero che non debba diventarlo »
« Dipende da te. Dal fatto che tu voglia o meno essere ragionevole »
« Temo che dipenda da entrambi, allora. Ho riflettuto questa notte, sapete. E ho messo insieme un po' di cose. Primo, Jonathan aveva davvero non pochi nemici. Secondo, negli ultimi tempi ha concluso affari che non mi convincevano. E, terzo, quegli affari gli hanno dato qualche problema »
« Problemi? » Ora anche lord Spencer era seduto, proprio di fronte alla scrivania, le gambe elegantemente accavallate. La giovane donna ne percepiva l'attenzione quasi fosse densa.
« Problemi ». Charity sfogliava distrattamente il contenuto di una delle cartelle in cuoio. All'apparenza, sembrava avesse chiuso la conversazione.
« E pensi magari di dirmi di cosa si tratta, o per saperlo devo comprarmi una sfera di cristallo? » Il tono dell'uomo era irritato e non senza ragione. Lei lo guardò fisso in volto, senza scomporsi.
« Un paio di cani avvelenati. Alcune pecore sgozzate. E la stalla dei cavalli è andata a fuoco, un paio di mesi fa. Quella è stata la perdita peggiore, come sapete c'erano animali di grande pregio ». Aveva elencato i fatti con tranquillità, quasi con apatia: lord Drake, al contrario, era in procinto di scoppiare.
« E si può sapere per quale maledettissimo motivo non me ne hai parlato prima? », sibilò, e Charity sapeva che quando sibilava era molto, molto più furioso di un uomo normale che gridi e strepiti. Forse era il caso di calmarlo.
« Perché ho creduto a Jonathan, quando mi ha detto che erano semplici incidenti » spiegò lei, dispiaciuta ma ferma – detestava l'idea di poter fare la figura della povera inconsapevole, e il pensiero che Jonathan le avesse mentito, aggravato dal fatto di avergli creduto senza fare domande, la mandava in bestia « E del resto vostro nipote aveva ottime spiegazioni per ogni cosa... I cani avevano certamente morso un animale avvelenato dai bracconieri; le pecore dovevano esser state assalite da un lupo o da qualche cane inselvatichito; e una candela rovesciata avrebbe benissimo potuto... » Scosse la testa, profondamente adirata con se stessa. « Sono stata una stupida. E me ne sono resa conto soltanto stanotte »
« Meglio tardi che mai... » La rabbia dell'uomo si era sgonfiata, mentre il suo cervello riprendeva velocemente a lavorare. « Di che affari si trattava? »
« Terreni, più che altro. Jonathan aveva in mente di incrementare i capi di bestiame, ma aveva chiaramente bisogno di più spazio... »
« Più pecore? Ma per quale motivo? » Charity alzò appena le spalle, a sottolineare che non aveva condiviso l'idea.
« Filati, milord. Più pecore, più lana, e con le nuove tecniche più possibilità di guadagno. Ma vostro nipote non si è mai fatto troppi scrupoli quando si metteva in testa qualcosa... » Inclinò impercettibilmente la testa, con un vago sorriso. « Immagino che qualcosa di quel certo corsaro gli fosse arrivato anche per parte di madre », scherzò, e Spencer Drake rise con malcelata amarezza.
« Sì, è probabile... Però, Charity, davvero: lascia che sia io ad occuparmi della cosa ».
La donna passò in rassegna con lo sguardo le pile di documenti che spuntavano un po' ovunque ed emise un sospiro sommesso.
« Dopotutto, credo che lo farò », acconsentì, già pregustando un po' di meritato riposo per riprendersi dalla notte precedente.
venerdì 22 agosto 2008
lunedì 4 agosto 2008
[Sto cercando un titolo. Ancora!!!] - parte III -
(Sono una donna che se la prende comoda, e chiedo scusa... Spero che il capitolo mi faccia perdonare)
Aveva sempre odiato quel genere di cose. Le lacrime pubbliche, le condoglianze di facciata, le strette accorate di mano e gli sguardi compassionevoli... Tutto quanto. E in primis quell'orribile, maledettissima frase. “È una tragedia terribile, cara, ma tu devi essere forte...” E lei li odiava, li odiava tutti quanti. Li fissava uno dopo l'altro, gli amici di famiglia, immobile a braccia conserte nell'abito a lutto. Portava ancora i capelli sciolti a quell'epoca, di un rosso accecante nel contrasto con il nero della stoffa, trattenuti ai lati da due preziosi pettini d'avorio, e aveva occhi duri e privi di lacrime mentre guardava le persone che affollavano la sua casa, sentendo crescere il proprio disprezzo verso di loro e la loro ipocrisia. Le facevano rabbia. Le provocavano rabbia e disgusto. Tutti accorsi per vedere che fine avrebbe fatto la fortuna dei McElroy.
Poi, da non sapeva dove (non ricordava di aver sentito il portone aprirsi, e neppure la vettura arrivare), aveva fatto il suo ingresso lord Spencer Drake, annunciato dal ticchettio del bastone da passeggio di cui non si separava mai, e Charity aveva avuto l'impressione che l'intera sala trattenesse il fiato. Senza capirne il motivo gli aveva permesso di afferrarla educatamente ma con discreta forza per un gomito, e condurla senza neanche una spiegazione al piano superiore.
Qui, dopo avere aperto a colpo sicuro la porta della sua stanza, l'aveva fatta entrare, sempre senza una parola. Charity non aveva protestato e si era limitata a guardarlo: un uomo d'aspetto gradevole ma duro, sulla quarantina o forse più giovane ma col contegno rigido e aristocratico dell'antica nobiltà. Ed era seduto sul suo letto. E sfogliava il libro che aveva lasciato sul comodino la sera prima dell'incidente, ignorandola. Soltanto dopo lunghi minuti di silenzio tombale, interrotto solo dal debole fruscio della carta, minuti in cui Charity McElroy si era sentita estranea nella propria stanza da letto, lord Spencer aveva alzato gli occhi su di lei.
« Avete l'aria stanca, bambina ». Aveva parlato in tono piano, privo di inflessioni o emozioni, ma ciò nonostante la sua voce era calda, rassicurante.
« Sto benissimo ». Charity non era altrettanto diplomatica e solo nel silenzio conseguente alle sue parole spicce aveva realizzato di dover riparare almeno formalmente alla scarsa educazione con cui si era rivolta all'uomo. « Milord ».
Drake si era alzato e avvicinato, fino a trovarsi faccia a faccia con lei. Per la prima volta in vita sua, Charity McElroy provò soggezione davanti ad uno sguardo. Davanti a quello sguardo profondissimo.
« Secondo voi, per quale motivo c'è tutta questa gente in casa vostra? » Per un lungo istante la ragazza si era domandata dove volesse andare a parare con quelle parole in apparenza superflue, poi improvvisamente aveva capito che la stava mettendo alla prova. Inarcò un sopracciglio in un'espressione sarcastica.
« Nella migliore delle ipotesi, per capire che fine potranno fare i miei beni; nella peggiore, per dimostrarmi tutto il proprio disinteressato affetto nella speranza di entrarne in possesso per almeno una parte ». Un sorriso compiaciuto, e inaspettatamente sincero, aveva illuminato il bel viso di Spencer Drake.
« Sei intelligente e acuta. Ottimo. Temo che sarà un lavoro lungo e non privo di difficoltà, ma col mio aiuto nessuno a parte te entrerà in possesso di nulla. Sempre che tu accetti questa, s'intende ».
La lettera che le aveva teso era datata tanti anni prima, quando ancora lei era una bambina, e firmata da suo padre. Nominava lord Robert Drake, o, in caso di sua impossibilità, il di lui fratello minore Spencer, tutore di Charity. La ragazza sospirò.
« Voi quale siete dei due? »
« Robert era sullo stesso treno dei tuoi genitori,e anche lui... » Aveva distolto lo sguardo per una frazione di secondo, perché detestava mostrare le proprie emozioni. « Spencer. Sono Spencer ».
Charity soppesò la proposta prendendosi tempo, tanto tempo che l'uomo temette di doverle ripetere tutto daccapo. Ma all'improvviso i suoi occhi si erano animati di una luce inconfondibile: sentiva di fidarsi ciecamente di quell'uomo appena conosciuto e tanto diverso dagli intellettuali bizzarri che solitamente suo padre frequentava; era un fatto inspiegabile ma al tempo stesso innegabile, e si sarebbe fidata di lord Spencer anche se la lettera avesse detto di non farlo.
« Accetto, milord. Vi accetto come mio tutore ».
Spencer Drake aveva sorriso di nuovo.
« Molto bene. Quindi ora tu ti sdraierai, e rimarrai qui fino a che non avrai dormito almeno qualche ora, perché in queste condizioni non puoi essere di alcuna utilità. Mi occuperò io di quella gente ».
Charity aveva obbedito, e ancora adesso, dopo tanto tempo, in una situazione così simile a quella del loro primo incontro, non ricordava di aver mai più dormito un sonno tanto riposante.
Spencer Drake sedeva nel salotto privato della padrona di casa, a godersi il piacevole calore del caminetto acceso e la indiscussa comodità della propria poltrona. Poteva sembrare strano, in verità, che un uomo che tanto raramente visitava la villa potesse godere del privilegio di una poltrona personale; ma la sua protetta teneva molto al fatto che in quelle occasioni lord Spencer si sentisse davvero, e a pieno titolo, a casa, e quel piccolo gesto era il modo più immediato per renderlo possibile.
Allungò le gambe verso il fuoco, con un movimento per una volta non studiato, e si concesse finalmente di sciogliere il nodo della cravatta. Doveva stare invecchiando, se si sentiva già tanto esausto dopo qualche ora di servizio funebre... O, forse, dipendeva dal fatto che si era trattato di quello di Jonathan? Accese pigramente la pipa, aspirandone piano il fumo aromatico per assaporarlo il più possibile. Ripensava alla notte precedente, alla folle corsa in carrozza, alle domande sull'incidente, a quella sorta di neutra indifferenza. Era spiacevole ammetterlo, e poteva suonare crudele, ma la morte di suo nipote non lo aveva sconvolto come avrebbe dovuto.
Era partito nel cuore della notte, sì, e aveva costretto il suo vetturino a viaggiare in pessime condizioni; non aveva voluto rimandare la partenza al mattino né sentire ragioni di alcun genere. Si era letteralmente precipitato, affrontando un viaggio che chiunque sano di mente avrebbe affrontato soltanto alla luce del giorno, ma non era stato il pensiero che Jonathan potesse essere stato vittima di un atto premeditato, a spronarlo.
Un altro lutto, un'altra morte violenta era venuta a turbare la vita di Charity, e lord Spencer non aveva mai smesso di sentirsi responsabile per lei. Certo era una donna, adesso, e senza dubbio la donna più forte che conoscesse: ma per quanto orgoglioso di lei, della magnifica creatura che era diventata, non riusciva a smettere di pensare a lei come a qualcosa di estremamente prezioso, da custodire con estrema cura; aveva bisogno di lui, lo sentiva, e per questo si era gettato a capofitto nel gelo della notte...
« Grazie al cielo è finita, se ne sono andati ». Charity era entrata silenziosamente nella stanza, rubando lord Drake alle sue riflessioni.
«Ti ringrazio di avermi potenzialmente salvato la vita. Mi stavo appisolando con il tabacco acceso »
« Non vi permetterei mai di lasciarmi, lord Spencer », aveva risposto lei in tono sereno, chinandosi a baciarlo su una guancia « O quantomeno, non in un modo così stupido! »
Spencer Drake sorrise a metà, vagamente nostalgico, mentre con la complicità del tepore del camino il suo abituale rigore andava sciogliendosi. Sì, forse davvero stava invecchiando.
« Molto obbligato ». La luce mutevole delle fiamme danzava sul viso della sua protetta, ora che lei aveva fatto spegnere i lumi a petrolio, e non era strano che avesse con tanta precisione intuito il suo desiderio di oscurità: sotto più di un aspetto, nonostante le apparenze, erano spiriti affini, affezionati a dettagli forse sciocchi ma irrinunciabili... E quello di sedere al buio di fronte al caminetto acceso, a ragionare pianamente dei fatti di una giornata faticosa era, insieme al rito della colazione, un'abitudine della quale entrambi avevano sentito la mancanza. Lord Drake inspirò una profonda boccata di fumo, con gli occhi semichiusi che in realtà spiavano Charity. Pensava a quanto apparisse distante e regale con l'accollato abito a lutto, quanto trasudasse matura signorilità. Era così diversa dalla ragazza ribelle di un tempo, eppure riusciva ad esserlo anche dalle donne che la circondavano, e quanto...
« Amo il buio quanto voi, milord; pensate davvero che non mi accorga che mi state guardando? »
« Oh, certo che no. Sapevo che era questione di tempo, volevo solo verificare quanto ».
« A cosa state pensando? » Lord Drake era un uomo intelligente e scaltro, lo era sempre stato: ma per assurdo proprio a Charity, l'unica al mondo che sarebbe stata disposta a credere a qualunque sua menzogna, non sapeva dire altro che la verità. La stimava troppo, per mentirle.
« Quando sei arrivata pensavo a Jonathan; ma non saprei dirti con precisione se a lui, o alla sua morte, o a quest'oggi... Un groviglio di pensieri autocefali, temo ». Charity annuì. Era uno stato d'animo che conosceva bene. « Tu, invece, bambina? Come stai? »
« Non lo so. Davvero, non... Sono confusa, credo, ma non qui » aveva precisato, sfiorando la tempia destra con un gesto morbido della mano. « Sono confusa dentro, non capisco cosa provo, e... » prese fiato, per terminare la frase, ma pensando che potesse suonare sgradevole all'uomo preferì lasciarla in sospeso. Neppure lei sapeva mentirgli.
« E nemmeno se provi qualcosa. Lo so. È quel che succede anche a me ».
« Milord... »
« Lo so, lo so, lo so... Jonathan era mio nipote. Ma temo che la mia mente analitica, al momento, abbia deciso di concentrarsi sulle circostanze della sua morte piuttosto che sul fatto in sé. A proposito, ti è forse venuto in mente qualcosa, o qualcuno, che... » Charity McElroy scosse appena il capo.
« Sono spiacente, no ». Scivolarono nel silenzio, entrambi con gli occhi fissi sul fuoco ed in apparenza prossimi al sonno. Lord Drake teneva la pipa ormai spenta nella mano sinistra, un poco a penzoloni dal bracciolo, e lo sguardo immobile sulle fiamme; Charity aveva abbandonato la testa contro lo schienale, esausta per le decine di mani che aveva stretto e le altrettante, insopportabili, dichiarazioni di cordoglio cui aveva dovuto rispondere con un sorriso riconoscente.
« Cosa conti di fare, adesso? » La voce dell'uomo aveva interrotto la magia ipnotica del fuoco, e ora Charity lo guardava con un'espressione inconfondibile: quel momento di stasi orgogliosa e muta di quando non sapeva dove intendesse andare a parare. « Parlo del tuo futuro, Charity. Per quanto ora possa sembrare cinica, ad esempio, la domanda se tu intenda prima o poi risposarti va comunque presa in considerazione. A mio parere, dovresti valutare la possibilità ». Lei lo interruppe con un gesto annoiato.
« Non ci ho ancora pensato, ma... Non credo. No ». E nonostante le apparenze, non era stata una risposta affrettata. Il cervello di Charity sapeva correre a gran velocità, all'occorrenza...
« Ti domando scusa » disse infine Spencer Drake, alzandosi « Non avrei dovuto parlartene questa sera, sono stato indelicato e tu hai bisogno di un po' di pace ». La baciò sulla fronte – un'altra gradevole consuetudine acquisita da tutore cui Charity non si sarebbe mai sottratta, e per la quale Jonathan aveva sempre benevolmente schernito la moglie e lo zio quando questi soggiornava alla villa.
Il ticchettio del bastone da passeggio andava scomparendo e Charity McElroy prese a guardare alla luce tremula del fuoco che andava spegnendosi l'anello che da sei anni portava all'anulare sinistro. Lord Spencer aveva ragione, era cinico pensarci in quel momento, ma ora quell'anello non aveva più alcun valore se non quello di tenerla legata ad un fantasma...
Eppure aveva detto, solo qualche minuto prima, che non si sarebbe risposata. Ma per quale motivo? Conosceva donne che restavano fedeli alla memoria del marito defunto per tutta la vita, piangendolo ogni giorno come fosse il primo. Lei era come loro? Sentiva forse il dolore invaderle il petto, o la sofferenza assalirla al pensiero di dormire da sola nel letto che avevano condiviso? Percepiva la mancanza di Jonathan tanto forte da farle male?
Amaramente dovette rispondersi di no.
Gli aveva voluto bene, certo, come lui ne aveva voluto a lei. Era stato un buon amico e un affezionato compagno. E forse quando l'agitazione febbrile di quei giorni si fosse sedimentata le sarebbe finalmente mancato il suo viso, o il tono della sua voce, o l'espressione fiera e scherzosa di quando tornava da caccia con una buona preda. Forse avrebbe trovato triste non avere più davanti agli occhi le sue piccole abitudini e avrebbe ricordato con malinconia i momenti del loro passato insieme... O forse si stava solo consolando con qualche pia speranza ai limiti della bugia.
Aveva sempre odiato quel genere di cose. Le lacrime pubbliche, le condoglianze di facciata, le strette accorate di mano e gli sguardi compassionevoli... Tutto quanto. E in primis quell'orribile, maledettissima frase. “È una tragedia terribile, cara, ma tu devi essere forte...” E lei li odiava, li odiava tutti quanti. Li fissava uno dopo l'altro, gli amici di famiglia, immobile a braccia conserte nell'abito a lutto. Portava ancora i capelli sciolti a quell'epoca, di un rosso accecante nel contrasto con il nero della stoffa, trattenuti ai lati da due preziosi pettini d'avorio, e aveva occhi duri e privi di lacrime mentre guardava le persone che affollavano la sua casa, sentendo crescere il proprio disprezzo verso di loro e la loro ipocrisia. Le facevano rabbia. Le provocavano rabbia e disgusto. Tutti accorsi per vedere che fine avrebbe fatto la fortuna dei McElroy.
Poi, da non sapeva dove (non ricordava di aver sentito il portone aprirsi, e neppure la vettura arrivare), aveva fatto il suo ingresso lord Spencer Drake, annunciato dal ticchettio del bastone da passeggio di cui non si separava mai, e Charity aveva avuto l'impressione che l'intera sala trattenesse il fiato. Senza capirne il motivo gli aveva permesso di afferrarla educatamente ma con discreta forza per un gomito, e condurla senza neanche una spiegazione al piano superiore.
Qui, dopo avere aperto a colpo sicuro la porta della sua stanza, l'aveva fatta entrare, sempre senza una parola. Charity non aveva protestato e si era limitata a guardarlo: un uomo d'aspetto gradevole ma duro, sulla quarantina o forse più giovane ma col contegno rigido e aristocratico dell'antica nobiltà. Ed era seduto sul suo letto. E sfogliava il libro che aveva lasciato sul comodino la sera prima dell'incidente, ignorandola. Soltanto dopo lunghi minuti di silenzio tombale, interrotto solo dal debole fruscio della carta, minuti in cui Charity McElroy si era sentita estranea nella propria stanza da letto, lord Spencer aveva alzato gli occhi su di lei.
« Avete l'aria stanca, bambina ». Aveva parlato in tono piano, privo di inflessioni o emozioni, ma ciò nonostante la sua voce era calda, rassicurante.
« Sto benissimo ». Charity non era altrettanto diplomatica e solo nel silenzio conseguente alle sue parole spicce aveva realizzato di dover riparare almeno formalmente alla scarsa educazione con cui si era rivolta all'uomo. « Milord ».
Drake si era alzato e avvicinato, fino a trovarsi faccia a faccia con lei. Per la prima volta in vita sua, Charity McElroy provò soggezione davanti ad uno sguardo. Davanti a quello sguardo profondissimo.
« Secondo voi, per quale motivo c'è tutta questa gente in casa vostra? » Per un lungo istante la ragazza si era domandata dove volesse andare a parare con quelle parole in apparenza superflue, poi improvvisamente aveva capito che la stava mettendo alla prova. Inarcò un sopracciglio in un'espressione sarcastica.
« Nella migliore delle ipotesi, per capire che fine potranno fare i miei beni; nella peggiore, per dimostrarmi tutto il proprio disinteressato affetto nella speranza di entrarne in possesso per almeno una parte ». Un sorriso compiaciuto, e inaspettatamente sincero, aveva illuminato il bel viso di Spencer Drake.
« Sei intelligente e acuta. Ottimo. Temo che sarà un lavoro lungo e non privo di difficoltà, ma col mio aiuto nessuno a parte te entrerà in possesso di nulla. Sempre che tu accetti questa, s'intende ».
La lettera che le aveva teso era datata tanti anni prima, quando ancora lei era una bambina, e firmata da suo padre. Nominava lord Robert Drake, o, in caso di sua impossibilità, il di lui fratello minore Spencer, tutore di Charity. La ragazza sospirò.
« Voi quale siete dei due? »
« Robert era sullo stesso treno dei tuoi genitori,e anche lui... » Aveva distolto lo sguardo per una frazione di secondo, perché detestava mostrare le proprie emozioni. « Spencer. Sono Spencer ».
Charity soppesò la proposta prendendosi tempo, tanto tempo che l'uomo temette di doverle ripetere tutto daccapo. Ma all'improvviso i suoi occhi si erano animati di una luce inconfondibile: sentiva di fidarsi ciecamente di quell'uomo appena conosciuto e tanto diverso dagli intellettuali bizzarri che solitamente suo padre frequentava; era un fatto inspiegabile ma al tempo stesso innegabile, e si sarebbe fidata di lord Spencer anche se la lettera avesse detto di non farlo.
« Accetto, milord. Vi accetto come mio tutore ».
Spencer Drake aveva sorriso di nuovo.
« Molto bene. Quindi ora tu ti sdraierai, e rimarrai qui fino a che non avrai dormito almeno qualche ora, perché in queste condizioni non puoi essere di alcuna utilità. Mi occuperò io di quella gente ».
Charity aveva obbedito, e ancora adesso, dopo tanto tempo, in una situazione così simile a quella del loro primo incontro, non ricordava di aver mai più dormito un sonno tanto riposante.
Spencer Drake sedeva nel salotto privato della padrona di casa, a godersi il piacevole calore del caminetto acceso e la indiscussa comodità della propria poltrona. Poteva sembrare strano, in verità, che un uomo che tanto raramente visitava la villa potesse godere del privilegio di una poltrona personale; ma la sua protetta teneva molto al fatto che in quelle occasioni lord Spencer si sentisse davvero, e a pieno titolo, a casa, e quel piccolo gesto era il modo più immediato per renderlo possibile.
Allungò le gambe verso il fuoco, con un movimento per una volta non studiato, e si concesse finalmente di sciogliere il nodo della cravatta. Doveva stare invecchiando, se si sentiva già tanto esausto dopo qualche ora di servizio funebre... O, forse, dipendeva dal fatto che si era trattato di quello di Jonathan? Accese pigramente la pipa, aspirandone piano il fumo aromatico per assaporarlo il più possibile. Ripensava alla notte precedente, alla folle corsa in carrozza, alle domande sull'incidente, a quella sorta di neutra indifferenza. Era spiacevole ammetterlo, e poteva suonare crudele, ma la morte di suo nipote non lo aveva sconvolto come avrebbe dovuto.
Era partito nel cuore della notte, sì, e aveva costretto il suo vetturino a viaggiare in pessime condizioni; non aveva voluto rimandare la partenza al mattino né sentire ragioni di alcun genere. Si era letteralmente precipitato, affrontando un viaggio che chiunque sano di mente avrebbe affrontato soltanto alla luce del giorno, ma non era stato il pensiero che Jonathan potesse essere stato vittima di un atto premeditato, a spronarlo.
Un altro lutto, un'altra morte violenta era venuta a turbare la vita di Charity, e lord Spencer non aveva mai smesso di sentirsi responsabile per lei. Certo era una donna, adesso, e senza dubbio la donna più forte che conoscesse: ma per quanto orgoglioso di lei, della magnifica creatura che era diventata, non riusciva a smettere di pensare a lei come a qualcosa di estremamente prezioso, da custodire con estrema cura; aveva bisogno di lui, lo sentiva, e per questo si era gettato a capofitto nel gelo della notte...
« Grazie al cielo è finita, se ne sono andati ». Charity era entrata silenziosamente nella stanza, rubando lord Drake alle sue riflessioni.
«Ti ringrazio di avermi potenzialmente salvato la vita. Mi stavo appisolando con il tabacco acceso »
« Non vi permetterei mai di lasciarmi, lord Spencer », aveva risposto lei in tono sereno, chinandosi a baciarlo su una guancia « O quantomeno, non in un modo così stupido! »
Spencer Drake sorrise a metà, vagamente nostalgico, mentre con la complicità del tepore del camino il suo abituale rigore andava sciogliendosi. Sì, forse davvero stava invecchiando.
« Molto obbligato ». La luce mutevole delle fiamme danzava sul viso della sua protetta, ora che lei aveva fatto spegnere i lumi a petrolio, e non era strano che avesse con tanta precisione intuito il suo desiderio di oscurità: sotto più di un aspetto, nonostante le apparenze, erano spiriti affini, affezionati a dettagli forse sciocchi ma irrinunciabili... E quello di sedere al buio di fronte al caminetto acceso, a ragionare pianamente dei fatti di una giornata faticosa era, insieme al rito della colazione, un'abitudine della quale entrambi avevano sentito la mancanza. Lord Drake inspirò una profonda boccata di fumo, con gli occhi semichiusi che in realtà spiavano Charity. Pensava a quanto apparisse distante e regale con l'accollato abito a lutto, quanto trasudasse matura signorilità. Era così diversa dalla ragazza ribelle di un tempo, eppure riusciva ad esserlo anche dalle donne che la circondavano, e quanto...
« Amo il buio quanto voi, milord; pensate davvero che non mi accorga che mi state guardando? »
« Oh, certo che no. Sapevo che era questione di tempo, volevo solo verificare quanto ».
« A cosa state pensando? » Lord Drake era un uomo intelligente e scaltro, lo era sempre stato: ma per assurdo proprio a Charity, l'unica al mondo che sarebbe stata disposta a credere a qualunque sua menzogna, non sapeva dire altro che la verità. La stimava troppo, per mentirle.
« Quando sei arrivata pensavo a Jonathan; ma non saprei dirti con precisione se a lui, o alla sua morte, o a quest'oggi... Un groviglio di pensieri autocefali, temo ». Charity annuì. Era uno stato d'animo che conosceva bene. « Tu, invece, bambina? Come stai? »
« Non lo so. Davvero, non... Sono confusa, credo, ma non qui » aveva precisato, sfiorando la tempia destra con un gesto morbido della mano. « Sono confusa dentro, non capisco cosa provo, e... » prese fiato, per terminare la frase, ma pensando che potesse suonare sgradevole all'uomo preferì lasciarla in sospeso. Neppure lei sapeva mentirgli.
« E nemmeno se provi qualcosa. Lo so. È quel che succede anche a me ».
« Milord... »
« Lo so, lo so, lo so... Jonathan era mio nipote. Ma temo che la mia mente analitica, al momento, abbia deciso di concentrarsi sulle circostanze della sua morte piuttosto che sul fatto in sé. A proposito, ti è forse venuto in mente qualcosa, o qualcuno, che... » Charity McElroy scosse appena il capo.
« Sono spiacente, no ». Scivolarono nel silenzio, entrambi con gli occhi fissi sul fuoco ed in apparenza prossimi al sonno. Lord Drake teneva la pipa ormai spenta nella mano sinistra, un poco a penzoloni dal bracciolo, e lo sguardo immobile sulle fiamme; Charity aveva abbandonato la testa contro lo schienale, esausta per le decine di mani che aveva stretto e le altrettante, insopportabili, dichiarazioni di cordoglio cui aveva dovuto rispondere con un sorriso riconoscente.
« Cosa conti di fare, adesso? » La voce dell'uomo aveva interrotto la magia ipnotica del fuoco, e ora Charity lo guardava con un'espressione inconfondibile: quel momento di stasi orgogliosa e muta di quando non sapeva dove intendesse andare a parare. « Parlo del tuo futuro, Charity. Per quanto ora possa sembrare cinica, ad esempio, la domanda se tu intenda prima o poi risposarti va comunque presa in considerazione. A mio parere, dovresti valutare la possibilità ». Lei lo interruppe con un gesto annoiato.
« Non ci ho ancora pensato, ma... Non credo. No ». E nonostante le apparenze, non era stata una risposta affrettata. Il cervello di Charity sapeva correre a gran velocità, all'occorrenza...
« Ti domando scusa » disse infine Spencer Drake, alzandosi « Non avrei dovuto parlartene questa sera, sono stato indelicato e tu hai bisogno di un po' di pace ». La baciò sulla fronte – un'altra gradevole consuetudine acquisita da tutore cui Charity non si sarebbe mai sottratta, e per la quale Jonathan aveva sempre benevolmente schernito la moglie e lo zio quando questi soggiornava alla villa.
Il ticchettio del bastone da passeggio andava scomparendo e Charity McElroy prese a guardare alla luce tremula del fuoco che andava spegnendosi l'anello che da sei anni portava all'anulare sinistro. Lord Spencer aveva ragione, era cinico pensarci in quel momento, ma ora quell'anello non aveva più alcun valore se non quello di tenerla legata ad un fantasma...
Eppure aveva detto, solo qualche minuto prima, che non si sarebbe risposata. Ma per quale motivo? Conosceva donne che restavano fedeli alla memoria del marito defunto per tutta la vita, piangendolo ogni giorno come fosse il primo. Lei era come loro? Sentiva forse il dolore invaderle il petto, o la sofferenza assalirla al pensiero di dormire da sola nel letto che avevano condiviso? Percepiva la mancanza di Jonathan tanto forte da farle male?
Amaramente dovette rispondersi di no.
Gli aveva voluto bene, certo, come lui ne aveva voluto a lei. Era stato un buon amico e un affezionato compagno. E forse quando l'agitazione febbrile di quei giorni si fosse sedimentata le sarebbe finalmente mancato il suo viso, o il tono della sua voce, o l'espressione fiera e scherzosa di quando tornava da caccia con una buona preda. Forse avrebbe trovato triste non avere più davanti agli occhi le sue piccole abitudini e avrebbe ricordato con malinconia i momenti del loro passato insieme... O forse si stava solo consolando con qualche pia speranza ai limiti della bugia.
giovedì 31 luglio 2008
sabato 19 luglio 2008
(sto cercando un titolo.ancora) [parte II]
Charity McElroy aveva diciotto anni e un patrimonio in sterline ed immobili da fare invidia a più di una famiglia, nel Kent, quando la sua strada aveva incrociato quella di Lord Spencer Drake nell'anno 1817. Cresciuta senza vincoli né regole dai genitori, convinti sostenitori delle teorie di Rousseau e simili sull'educazione, a diciotto anni ancora non era sposata, né fidanzata, né tanto meno era stata introdotta in società come la consuetudine avrebbe richiesto: e il patrimonio dei ricchissimi quanto eccentrici McElroy, che pure a tanti faceva gola, non sembrava essere uno stimolo abbastanza forte perché i giovani della regione desiderassero affrontare una sfida ardua come mettere argini alla vulcanica Charity. Né sir Jacob né sua moglie Nancy parevano trovare in questo – che avrebbe trascinato nel baratro della disperazione, quando non del disonore, qualsiasi famiglia dotata di buon senso – motivo di afflizione o di cruccio: al contrario, non perdevano occasione per magnificare, e soprattutto in pubblico, la sete d'indipendenza della figlia.
Poi era accaduto l'irreparabile, i McElroy avevano perso la vita nel terribile incidente ferroviario di Dartford, e il 19 dicembre 1817 Charity era rimasta orfana, con una immensa fortuna da amministrare, neppure una persona di fiducia, la nomea di ragazza capricciosa e pericolosamente stravagante e per tutore uno degli uomini più austeri e conservatori che all'epoca vi fossero tra i sudditi di Sua Maestà Britannica.
L'educazione e la formazione di quella fanciulla abituata alla totale libertà, a dire il vero, era parsa fin da principio un'impresa faraonica; lord Spencer aveva deciso, per sicurezza, di occuparsene di persona, senza delegare neppure i dettagli a un precettore – tutti damerini che, era più che ragionevole presumerlo, Charity avrebbe distrutto a suon di quella logica cui era stata preparata fin dall'infanzia e di cui a detta di tutti sapeva dare ottime prove.
Un lavoro faticoso, ininterrotto, senza requie. Un calvario durato per quasi cinque anni, al termine del quale la vecchia Charity McElroy era quasi del tutto scomparsa, radicalmente cambiata, fino a lasciare il posto alla nobile e perfetta padrona di casa che ora tutti compativano per la morte del marito e di cui lodavano la matura compostezza in quel frangente.
Aveva recuperato in tempi brevissimi, raggiungendo in fatto di eleganza e di misura i risultati cui le altre ragazze approdavano dopo un'intera vita di preparazione e autocontrollo; ma quell'insopprimibile desiderio di autonomia, non potendo scomparire nel nulla, si era soltanto mitigato, temperandosi nel grintoso spirito d'iniziativa per cui Charity McElroy era ormai tanto famosa. Una perfetta gentildonna, finalmente all'altezza della propria fortuna e che mai e poi mai avrebbe rinunciato a pensare con la propria testa.
A quel punto lord Drake, riconoscendo che nessun essere umano avrebbe potuto raggiungere un livello migliore di quello ottenuto da Charity, e che l'età della ragazza era ormai al limite per garantirle un matrimonio consono al suo rango, da uomo saggio quale era aveva finalmente – era il 1822 inoltrato – dichiarato chiusa la fase preparatoria della sua protetta.
« Sei riuscita a riposare? » Charity guardò da sopra il bordo della tazza l'uomo che era stato il suo tutore e a cui tanto doveva della donna che oggi tutti le riconoscevano di essere.
« Non molto, milord. Non molto ». Aveva risposto scuotendo appena la testa, con un sospiro rassegnato e un gesto ovattato della mano, rivolto verso il salone. « Inizio a temere che non se ne andranno mai... E non ne posso più, della loro pia sollecitudine! »
Spencer Drake, inappuntabile nel completo nero dal cui taschino faceva mostra di sé un fazzoletto bianco piegato in maniera perfetta e quasi maniacale, soffocò una risatina in un perfetto accesso di tosse, ma la mano davanti alla sua bocca non era un ostacolo abbastanza casuale perché la donna – che tanto bene lo conosceva – potesse credere seriamente a quel tentativo.
« Dovresti provare ad essere un po' più tollerante, mia cara ».
Charity prese con le molle una zolletta di zucchero e la depose sul fondo di una tazza da tè, prima di porgerla all'uomo seduto di fronte a lei.
« Per l'amor di Dio, non scherziamo! Le allegre comari, di là, stanno semplicemente cercando di fare l'inventario di quanto questa casa contiene. Solo questo. E voi lo sapete quanto me », concluse infine, alzando l'indice in segno di ammonimento.
« Ammettiamo pure che la cosa è molto probabile, » concesse lord Drake, con un gesto magnanimo della mano « ciò tuttavia non toglie che si siano date da fare, per renderti meno difficili queste giornate. Senza contare che questa torta è buonissima ».
Charity lo guardò masticare un pezzo di torta alle nocciole, il cavallo di battaglia di Madge Carvey, e venne assalita dalla nostalgia. Quante giornate erano iniziate in quel modo, con una pacifica discussione sopra una fetta di torta e del buon tè... Una gradevole abitudine cui purtroppo Jonathan, contrariamente allo zio, si era sempre dimostrato indifferente, se non del tutto refrattario. La donna cacciò indietro una lacrima, senza darsi pena di capire se fosse dipesa dal pensiero di Jonathan o dal ricordo di quegli attimi familiari ormai lontani e forse sepolti per sempre.
« Mi sono permesso di dare le ultime disposizioni per il funerale al posto tuo... » Charity, contrariamente a quanto lei stessa avrebbe pensato, accolse la notizia con un sorriso.
« Grazie. Mi avete tolto un peso ». Quelle parole tuttavia ebbero il potere di bloccarla, sia pure per un istante prima di ritornare perfettamente padrona di sé. Occuparsi del funerale di Jonathan, un peso? Non si concesse il lusso di una risposta.
Poi era accaduto l'irreparabile, i McElroy avevano perso la vita nel terribile incidente ferroviario di Dartford, e il 19 dicembre 1817 Charity era rimasta orfana, con una immensa fortuna da amministrare, neppure una persona di fiducia, la nomea di ragazza capricciosa e pericolosamente stravagante e per tutore uno degli uomini più austeri e conservatori che all'epoca vi fossero tra i sudditi di Sua Maestà Britannica.
L'educazione e la formazione di quella fanciulla abituata alla totale libertà, a dire il vero, era parsa fin da principio un'impresa faraonica; lord Spencer aveva deciso, per sicurezza, di occuparsene di persona, senza delegare neppure i dettagli a un precettore – tutti damerini che, era più che ragionevole presumerlo, Charity avrebbe distrutto a suon di quella logica cui era stata preparata fin dall'infanzia e di cui a detta di tutti sapeva dare ottime prove.
Un lavoro faticoso, ininterrotto, senza requie. Un calvario durato per quasi cinque anni, al termine del quale la vecchia Charity McElroy era quasi del tutto scomparsa, radicalmente cambiata, fino a lasciare il posto alla nobile e perfetta padrona di casa che ora tutti compativano per la morte del marito e di cui lodavano la matura compostezza in quel frangente.
Aveva recuperato in tempi brevissimi, raggiungendo in fatto di eleganza e di misura i risultati cui le altre ragazze approdavano dopo un'intera vita di preparazione e autocontrollo; ma quell'insopprimibile desiderio di autonomia, non potendo scomparire nel nulla, si era soltanto mitigato, temperandosi nel grintoso spirito d'iniziativa per cui Charity McElroy era ormai tanto famosa. Una perfetta gentildonna, finalmente all'altezza della propria fortuna e che mai e poi mai avrebbe rinunciato a pensare con la propria testa.
A quel punto lord Drake, riconoscendo che nessun essere umano avrebbe potuto raggiungere un livello migliore di quello ottenuto da Charity, e che l'età della ragazza era ormai al limite per garantirle un matrimonio consono al suo rango, da uomo saggio quale era aveva finalmente – era il 1822 inoltrato – dichiarato chiusa la fase preparatoria della sua protetta.
« Sei riuscita a riposare? » Charity guardò da sopra il bordo della tazza l'uomo che era stato il suo tutore e a cui tanto doveva della donna che oggi tutti le riconoscevano di essere.
« Non molto, milord. Non molto ». Aveva risposto scuotendo appena la testa, con un sospiro rassegnato e un gesto ovattato della mano, rivolto verso il salone. « Inizio a temere che non se ne andranno mai... E non ne posso più, della loro pia sollecitudine! »
Spencer Drake, inappuntabile nel completo nero dal cui taschino faceva mostra di sé un fazzoletto bianco piegato in maniera perfetta e quasi maniacale, soffocò una risatina in un perfetto accesso di tosse, ma la mano davanti alla sua bocca non era un ostacolo abbastanza casuale perché la donna – che tanto bene lo conosceva – potesse credere seriamente a quel tentativo.
« Dovresti provare ad essere un po' più tollerante, mia cara ».
Charity prese con le molle una zolletta di zucchero e la depose sul fondo di una tazza da tè, prima di porgerla all'uomo seduto di fronte a lei.
« Per l'amor di Dio, non scherziamo! Le allegre comari, di là, stanno semplicemente cercando di fare l'inventario di quanto questa casa contiene. Solo questo. E voi lo sapete quanto me », concluse infine, alzando l'indice in segno di ammonimento.
« Ammettiamo pure che la cosa è molto probabile, » concesse lord Drake, con un gesto magnanimo della mano « ciò tuttavia non toglie che si siano date da fare, per renderti meno difficili queste giornate. Senza contare che questa torta è buonissima ».
Charity lo guardò masticare un pezzo di torta alle nocciole, il cavallo di battaglia di Madge Carvey, e venne assalita dalla nostalgia. Quante giornate erano iniziate in quel modo, con una pacifica discussione sopra una fetta di torta e del buon tè... Una gradevole abitudine cui purtroppo Jonathan, contrariamente allo zio, si era sempre dimostrato indifferente, se non del tutto refrattario. La donna cacciò indietro una lacrima, senza darsi pena di capire se fosse dipesa dal pensiero di Jonathan o dal ricordo di quegli attimi familiari ormai lontani e forse sepolti per sempre.
« Mi sono permesso di dare le ultime disposizioni per il funerale al posto tuo... » Charity, contrariamente a quanto lei stessa avrebbe pensato, accolse la notizia con un sorriso.
« Grazie. Mi avete tolto un peso ». Quelle parole tuttavia ebbero il potere di bloccarla, sia pure per un istante prima di ritornare perfettamente padrona di sé. Occuparsi del funerale di Jonathan, un peso? Non si concesse il lusso di una risposta.
venerdì 6 giugno 2008
(sto cercando un titolo) [Parte I]
Piccolissima premessa. Come si sarà brillanemente intuito dal titolo (anzi, dal nontitolo), questa è una storia a puntate. D'altra parte, se Dumas a puntate ha scritto tutti i moschettieri, posso fare questa follia anche io, no? ;) Spero due cose: primo, che vi piaccia; secondo, che qualcuno mi suggerisca un titolo. Per il resto... Buona lettura!
La notte era limpida, rischiarata dalla luce asettica della luna piena, e fredda come da tempo non se ne avevano; microscopiche gocce di rugiada certo si irrigidivano in cristalli ghiacciati che al comparire della luce del giorno avrebbero fatto sembrare la campagna uno spettrale paesaggio diamantato, mentre il silenzio era rotto dal ritmico, forsennato galoppo di due cavalli i cui zoccoli percuotevano con foga il terreno indurito e forse già gelato della strada, e dall'inconfondibile gamma di cigolii e scricchiolii che solo una carrozza lanciata a folle velocità può produrre.
L'uomo seduto a cassetta aveva perso da tempo ogni percezione del proprio volto, sentiva la sensibilità delle mani abbandonarlo gradatamente e non aveva dubbi su quel che a breve sarebbe certo potuto accadere se non si fossero fermati al più presto. Tuttavia teneva per sé quei pensieri: il suo padrone non era uso ad accettare richieste o pareri, e senza dubbio avrebbe risposto con una noncurante alzata di spalle anche se gli avesse fatto presente che i cavalli stessi erano allo stremo. Senza contare poi che la fretta con cui quella partenza era stata decisa non lasciava presagire nulla di buono. Tentò di riattivare la circolazione sanguigna nel viso con una lunga serie di smorfie che non produsse risultati, prima di assestare il cappello nero sulla testa e spronare un'altra volta gli animali esausti.
Il passeggero della carrozza in realtà non se la passava meglio. Gli spifferi dovuti alla velocità e alla non ottima qualità del mezzo – non c'era stato tempo a sufficienza, per far preparare la carrozza migliore, e ad ogni modo quella in cui si trovava restava di gran lunga la più rapida – erano un tormento, facevano volare le tendine in continuazione e rendevano la temperatura gelida quasi quanto quella esterna. Forse un altro uomo, meno convinto della propria infallibilità e più incline a riconoscere i propri errori di valutazione, avrebbe concesso almeno a se stesso di ammettere che posticipare all'indomani mattina la partenza sarebbe stata un'idea quantomeno da prendere in considerazione... Ma lui no.
I cavalli avevano rallentato notevolmente l'andatura, al punto che affacciarsi al finestrino per domandare spiegazioni al cocchiere non sarebbe più stato inutile come fino a poco prima, quando il frastuono degli zoccoli sulla strada dura avrebbe reso inutilizzabile la voce più possente. L'uomo seduto nella carrozza scura si sporse un poco, battendo con la mano aperta sul legno della vettura.
« Siamo quasi arrivati, milord, vedo le luci della villa ».
Lord Spencer Drake – orgoglioso discendente del nobile corsaro di Sua Maestà – sistemò con gesti meccanici e precisi il nodo del fazzoletto di seta nera che portava al collo, raddrizzò i gemelli e spolverò dal risvolto della giacca ogni inesistente residuo del viaggio. Lo attendevano incombenze pesanti, eppure – senza sapere perché – non riusciva a sentirsi afflitto quanto avrebbe dovuto e desiderato. Ma forse, pensò un attimo prima che la carrozza si fermasse, quella era solo la naturale, gradevole conseguenza di una vita intera trascorsa a controllare con ferrea disciplina se stessi e le proprie reazioni emotive.
« Milord ». La giovane donna, coi capelli rossi raccolti severamente, era uscita ad accoglierlo senza neppure uno scialle a ripararla dal freddo ingrato di quella notte. Subito accanto a lei era comparsa una serva, che aveva il suo buon daffare a mantenere acceso il lume ad olio; lord Spencer sfruttò per un breve istante l'apparizione di quella fonte di luce per scrutare senza essere scoperto l'aspetto della padrona di casa: era in una certa misura impressionante, prima ancora che doloroso, vederla tremare, con ostinata dignità, vestita solo dell'abito vedovile e senza null'altro a ripararla dalla bassa temperatura, come era doloroso, questo sì, vedere sul suo viso la prostrazione e la stanchezza per gli avvenimenti di quella giornata. Si avvicinò a lei senza appoggiarsi al bastone, che portava più per vezzo – e per difesa, giacché nascondeva una lama affilata come era in voga all'epoca – che per necessità, e senza rispondere al saluto saltò subito ai rimproveri.
« Non avresti dovuto uscire per accogliermi, e specialmente in queste condizioni. La padrona di casa attende all'interno i suoi ospiti, ben al caldo e al riparo della sua dimora »
« Sono mortificata », si scusò, docilmente, rialzandosi dall'inchino di benvenuto « Ma attendevo tanto il vostro arrivo, che... Non ho riflettuto, milord; domando scusa per il mio comportamento avventato ». Chinò appena la testa, senza tuttavia abbassare lo sguardo né allontanarlo da quello dell'uomo. Che si produsse in una sorta di sorriso.
« Almeno questo lo ricordi ancora. Ne sono lieto ».
L'atrio della villa era sempre stato molto grande, forse eccessivo, e non gli era mai piaciuto; numerosi lumi rischiaravano l'ambiente quasi a giorno, comunicando a chi entrava la sensazione di una certa composta opulenza. I due grandi specchi alle pareti laterali erano coperti ciascuno da un lenzuolo di lino ricamato: era la consuetudine, fino a quando il corpo del defunto non veniva consegnato alla pace della terra. La donna fece per introdurlo nella stanza preparata per l'ultimo saluto, ma lord Spencer la trattenne per un braccio.
« Posso fare da solo. Tu va' a riposare, ti raggiungerò più tardi ».
Charity McElroy si ritirò nel proprio salotto privato, al piano superiore, ignorando – o fingendo di farlo – le pie donne che l'attendevano per consolarla in quell'ora di dolore nel salone del pianterreno; si lasciò cadere rigidamente in poltrona, stirò le gambe e gettò indietro la testa contro lo schienale. Era stata una giornata davvero molto faticosa, e solo l'idea di analizzare gli avvenimenti le dava la nausea.
« Hai già dato disposizioni riguardo il funerale? » La giovane tremò violentemente come se qualcuno l'avesse scossa a forza: non aveva idea di come o quando fosse successo, ma doveva essersi addormentata...
« Non ancora ma pensavo di svolgerlo domani stesso, se sarà possibile. Quella ferita non consente di tenere il corpo a lungo dentro casa... » Lord Drake assentì con un movimento grave della testa, per poi accendere la pipa con la mente in apparenza altrove.
« È stato un incidente, Charity? » La donna, che fino a quel momento aveva seguito con affettuosa nostalgia i gesti familiari dell'uomo che le stava seduto di fronte, ebbe come l'impressione che quelle parole, nell'atmosfera sonnolenta della stanza, avessero spezzato un incantesimo. Ogni briciola di stanchezza sembrava sparita.
« Così mi è stato riferito da chi era con lui, milord. Un assurdo incidente di caccia ». Drake la scrutò impassibile tra una boccata di fumo e l'altra.
« E tu lo credi? »
« Per la verità non mi sono neppure presa la pena di pensarci, con le mille cose che ho dovuto affrontare in questi giorni. Ma resta vero che vostro nipote non era un uomo senza nemici, e lo sapete meglio di me ». Di nuovo quel lento movimento del capo.
« Ti trattava come un gentiluomo? » Charity sorrise, ed ebbe l'impressione che fosse il primo vero sorriso da giorni; in effetti da quando il marito era stato ferito durante la battuta di caccia del sabato precedente non aveva più avuto alcun motivo per farlo, e ormai era trascorsa quasi una settimana.
« Come il mio tutore gli aveva chiesto di fare ». Spostò per qualche istante lo sguardo per la stanza quindi congiunse le mani in grembo con un gesto deciso, come se avesse appena preso una difficile risoluzione. « Quindi secondo voi il ferimento di Jonathan non è stato accidentale ». Lord Spencer Drake emise alcune nuvolette di fumo prima di esprimersi, e anche alla fine lo fece con cautela.
« Desidererei rifletterci ancora, ma ci sono alcuni dettagli che non corrispondono... Non sono convinto, diciamo così, ma tu non preoccuparti di nulla ». Si alzò appoggiandosi al bastone – era incredibile come quell'uomo potesse cambiare, nel giro di un paio d'ore – e la fissò con calma « Forse sarebbe opportuno congedare le donne in salone, Charity »
« Non se ne andranno. Hanno una gran paura di potersi perdere qualche particolare succulento... Farò servire qualche tramezzino e del tè anche se l'ora non è delle migliori, sono certa che non rifiuteranno. E se Dio vuole, con la bocca piena faranno un po' più di silenzio. O magari saranno assalite dal sonno...» Spencer Drake rise di gusto, si chinò su di lei e la baciò sulla fronte.
« Tirarti su con tutti con tutti i crismi è stata un'impresa... Ma ne è valsa la pena, bambina ». Charity chinò il capo compiaciuta, le mani abbandonate sui braccioli della poltrona a conferirle un aspetto quantomai solenne.
« Siete stato il migliore dei maestri, milord ».
La notte era limpida, rischiarata dalla luce asettica della luna piena, e fredda come da tempo non se ne avevano; microscopiche gocce di rugiada certo si irrigidivano in cristalli ghiacciati che al comparire della luce del giorno avrebbero fatto sembrare la campagna uno spettrale paesaggio diamantato, mentre il silenzio era rotto dal ritmico, forsennato galoppo di due cavalli i cui zoccoli percuotevano con foga il terreno indurito e forse già gelato della strada, e dall'inconfondibile gamma di cigolii e scricchiolii che solo una carrozza lanciata a folle velocità può produrre.
L'uomo seduto a cassetta aveva perso da tempo ogni percezione del proprio volto, sentiva la sensibilità delle mani abbandonarlo gradatamente e non aveva dubbi su quel che a breve sarebbe certo potuto accadere se non si fossero fermati al più presto. Tuttavia teneva per sé quei pensieri: il suo padrone non era uso ad accettare richieste o pareri, e senza dubbio avrebbe risposto con una noncurante alzata di spalle anche se gli avesse fatto presente che i cavalli stessi erano allo stremo. Senza contare poi che la fretta con cui quella partenza era stata decisa non lasciava presagire nulla di buono. Tentò di riattivare la circolazione sanguigna nel viso con una lunga serie di smorfie che non produsse risultati, prima di assestare il cappello nero sulla testa e spronare un'altra volta gli animali esausti.
Il passeggero della carrozza in realtà non se la passava meglio. Gli spifferi dovuti alla velocità e alla non ottima qualità del mezzo – non c'era stato tempo a sufficienza, per far preparare la carrozza migliore, e ad ogni modo quella in cui si trovava restava di gran lunga la più rapida – erano un tormento, facevano volare le tendine in continuazione e rendevano la temperatura gelida quasi quanto quella esterna. Forse un altro uomo, meno convinto della propria infallibilità e più incline a riconoscere i propri errori di valutazione, avrebbe concesso almeno a se stesso di ammettere che posticipare all'indomani mattina la partenza sarebbe stata un'idea quantomeno da prendere in considerazione... Ma lui no.
I cavalli avevano rallentato notevolmente l'andatura, al punto che affacciarsi al finestrino per domandare spiegazioni al cocchiere non sarebbe più stato inutile come fino a poco prima, quando il frastuono degli zoccoli sulla strada dura avrebbe reso inutilizzabile la voce più possente. L'uomo seduto nella carrozza scura si sporse un poco, battendo con la mano aperta sul legno della vettura.
« Siamo quasi arrivati, milord, vedo le luci della villa ».
Lord Spencer Drake – orgoglioso discendente del nobile corsaro di Sua Maestà – sistemò con gesti meccanici e precisi il nodo del fazzoletto di seta nera che portava al collo, raddrizzò i gemelli e spolverò dal risvolto della giacca ogni inesistente residuo del viaggio. Lo attendevano incombenze pesanti, eppure – senza sapere perché – non riusciva a sentirsi afflitto quanto avrebbe dovuto e desiderato. Ma forse, pensò un attimo prima che la carrozza si fermasse, quella era solo la naturale, gradevole conseguenza di una vita intera trascorsa a controllare con ferrea disciplina se stessi e le proprie reazioni emotive.
« Milord ». La giovane donna, coi capelli rossi raccolti severamente, era uscita ad accoglierlo senza neppure uno scialle a ripararla dal freddo ingrato di quella notte. Subito accanto a lei era comparsa una serva, che aveva il suo buon daffare a mantenere acceso il lume ad olio; lord Spencer sfruttò per un breve istante l'apparizione di quella fonte di luce per scrutare senza essere scoperto l'aspetto della padrona di casa: era in una certa misura impressionante, prima ancora che doloroso, vederla tremare, con ostinata dignità, vestita solo dell'abito vedovile e senza null'altro a ripararla dalla bassa temperatura, come era doloroso, questo sì, vedere sul suo viso la prostrazione e la stanchezza per gli avvenimenti di quella giornata. Si avvicinò a lei senza appoggiarsi al bastone, che portava più per vezzo – e per difesa, giacché nascondeva una lama affilata come era in voga all'epoca – che per necessità, e senza rispondere al saluto saltò subito ai rimproveri.
« Non avresti dovuto uscire per accogliermi, e specialmente in queste condizioni. La padrona di casa attende all'interno i suoi ospiti, ben al caldo e al riparo della sua dimora »
« Sono mortificata », si scusò, docilmente, rialzandosi dall'inchino di benvenuto « Ma attendevo tanto il vostro arrivo, che... Non ho riflettuto, milord; domando scusa per il mio comportamento avventato ». Chinò appena la testa, senza tuttavia abbassare lo sguardo né allontanarlo da quello dell'uomo. Che si produsse in una sorta di sorriso.
« Almeno questo lo ricordi ancora. Ne sono lieto ».
L'atrio della villa era sempre stato molto grande, forse eccessivo, e non gli era mai piaciuto; numerosi lumi rischiaravano l'ambiente quasi a giorno, comunicando a chi entrava la sensazione di una certa composta opulenza. I due grandi specchi alle pareti laterali erano coperti ciascuno da un lenzuolo di lino ricamato: era la consuetudine, fino a quando il corpo del defunto non veniva consegnato alla pace della terra. La donna fece per introdurlo nella stanza preparata per l'ultimo saluto, ma lord Spencer la trattenne per un braccio.
« Posso fare da solo. Tu va' a riposare, ti raggiungerò più tardi ».
Charity McElroy si ritirò nel proprio salotto privato, al piano superiore, ignorando – o fingendo di farlo – le pie donne che l'attendevano per consolarla in quell'ora di dolore nel salone del pianterreno; si lasciò cadere rigidamente in poltrona, stirò le gambe e gettò indietro la testa contro lo schienale. Era stata una giornata davvero molto faticosa, e solo l'idea di analizzare gli avvenimenti le dava la nausea.
« Hai già dato disposizioni riguardo il funerale? » La giovane tremò violentemente come se qualcuno l'avesse scossa a forza: non aveva idea di come o quando fosse successo, ma doveva essersi addormentata...
« Non ancora ma pensavo di svolgerlo domani stesso, se sarà possibile. Quella ferita non consente di tenere il corpo a lungo dentro casa... » Lord Drake assentì con un movimento grave della testa, per poi accendere la pipa con la mente in apparenza altrove.
« È stato un incidente, Charity? » La donna, che fino a quel momento aveva seguito con affettuosa nostalgia i gesti familiari dell'uomo che le stava seduto di fronte, ebbe come l'impressione che quelle parole, nell'atmosfera sonnolenta della stanza, avessero spezzato un incantesimo. Ogni briciola di stanchezza sembrava sparita.
« Così mi è stato riferito da chi era con lui, milord. Un assurdo incidente di caccia ». Drake la scrutò impassibile tra una boccata di fumo e l'altra.
« E tu lo credi? »
« Per la verità non mi sono neppure presa la pena di pensarci, con le mille cose che ho dovuto affrontare in questi giorni. Ma resta vero che vostro nipote non era un uomo senza nemici, e lo sapete meglio di me ». Di nuovo quel lento movimento del capo.
« Ti trattava come un gentiluomo? » Charity sorrise, ed ebbe l'impressione che fosse il primo vero sorriso da giorni; in effetti da quando il marito era stato ferito durante la battuta di caccia del sabato precedente non aveva più avuto alcun motivo per farlo, e ormai era trascorsa quasi una settimana.
« Come il mio tutore gli aveva chiesto di fare ». Spostò per qualche istante lo sguardo per la stanza quindi congiunse le mani in grembo con un gesto deciso, come se avesse appena preso una difficile risoluzione. « Quindi secondo voi il ferimento di Jonathan non è stato accidentale ». Lord Spencer Drake emise alcune nuvolette di fumo prima di esprimersi, e anche alla fine lo fece con cautela.
« Desidererei rifletterci ancora, ma ci sono alcuni dettagli che non corrispondono... Non sono convinto, diciamo così, ma tu non preoccuparti di nulla ». Si alzò appoggiandosi al bastone – era incredibile come quell'uomo potesse cambiare, nel giro di un paio d'ore – e la fissò con calma « Forse sarebbe opportuno congedare le donne in salone, Charity »
« Non se ne andranno. Hanno una gran paura di potersi perdere qualche particolare succulento... Farò servire qualche tramezzino e del tè anche se l'ora non è delle migliori, sono certa che non rifiuteranno. E se Dio vuole, con la bocca piena faranno un po' più di silenzio. O magari saranno assalite dal sonno...» Spencer Drake rise di gusto, si chinò su di lei e la baciò sulla fronte.
« Tirarti su con tutti con tutti i crismi è stata un'impresa... Ma ne è valsa la pena, bambina ». Charity chinò il capo compiaciuta, le mani abbandonate sui braccioli della poltrona a conferirle un aspetto quantomai solenne.
« Siete stato il migliore dei maestri, milord ».
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domenica 4 maggio 2008
Phantom
Il fantasma sedeva all'altro lato dello specchio senza poter essere visto. Nemmeno ricordava più da quanto tempo ormai stava là, in quel mondo che soltanto in apparenza rifletteva quello reale, e se avesse ancora avuto un cuore certamente esso ne sarebbe stato afflitto.
Ma non lo aveva. Il cuore del fantasma era rimasto di là, oltre quella tenda sottile, fredda e trasparente che sarebbe bastato un nonnulla ad oltrepassare. Gli sarebbe bastato un passo, oltre naturalmente ad una buona dose di coraggio, e in un attimo avrebbe potuto riprenderselo... Ma ormai era tardi, tanto tardi... Troppo. Dall'altra parte dello specchio più nessuno aveva ricordo di lui: a che avrebbe giovato, dunque, ritrovare un cuore?
Nel luogo che abitava non c'era bisogno di sentimenti né sciocche complicazioni. Tutto era calma, perfezione, semplicità. Si poteva arrivare in ritardo senza avvisare, o non muoversi per nulla; si poteva gridare e scaldarsi senza ritegno e non avere la minima preoccupazione di ferire o meno i sentimenti altrui. Perché non c'era nessuno ad aspettare, e nessuno da ferire. Giorno e notte si incalzavano placidamente su quel mondo grigio e senza forme proprie se non quelle riflesse, e di tanto intanto il fantasma immaginava di provare – ma in maniera ovattata, più come pallido ricordo che come un sentimento reale – una specie di fastidio, di noia... Al quale poteva sottrarsi senza problemi ripetendosi quanto di poco conto fosse stata la rinuncia ad un cuore, di fronte alla prospettiva di non morire mai veramente e, più ancora, di poter continuare a scrivere per l'eternità.
Per quella ragione infatti, tanto tempo prima (quel tempo che ossessionava i mortali oltre lo specchio, poiché nella sua metà il tempo vero e proprio non esisteva) aveva oltrepassato la tenda di vetro e freddo che separava, pericolosa e temibile come fosse di fuoco, il mondo reale dal mondo riflesso. Dedicarsi in eterno all'arte che scaturiva dai suoi pensieri, infatti, era diventata per lui, che allora era stato un romanziere di talento, una vera e propria ragione di vita: e quando lo strano, pallido essere che abitava lo specchio gli aveva proposto – così scioccamente! - di lasciare la terra dei mortali, l'idea di creare intrecci per l'eternità gli aveva fatto accettare lo scambio che l'Essere gli proponeva senza la minima esitazione.
In quel modo era diventato un fantasma, barattando il proprio cuore in cambio di un perpetuo soliloquio. Perché in fin dei conti un poco lo infastidiva, ora, dopo tanti anni, l'idea che mai nessuno avrebbe letto le pagine che instancabilmente, giorno dopo giorno, riempiva con la sua grafia minuta e precisa. Aveva creduto che attraversando lo specchio avrebbe consacrato se stesso e la sua opera all'eternità; e a tratti lo credeva ancora, ma sempre più spesso negli ultimi tempi sentiva di...Sì, di annoiarsi. Per la noia bastava un cervello, non c'era bisogno di avere anche il cuore; e il fantasma comprese che, non potendo provare dispiacere né dolore, “noia” poteva essere l'unico nome della cosa – non poteva chiamarla “sentimento”, nelle sue condizioni – che tormentava le sue giornate.
Da quando poi lo specchio era stato spostato (non si trovava più in casa, adesso, ma in un negozio di Antichità a Trastevere), il fantasma non aveva nient'altro da fare se non spiare ogni tanto i rari avventori tanto temerari da affrontare la spessa cortina di polvere e fumo di sigaro che invadeva l'intero ambente... E naturalmente non ci stupirà, sapere che non erano molti. Il fantasma riempiva fogli su fogli, intingendo la penna senza mai sentire la stanchezza – e come avrebbe potuto, non avendo un corpo? - e completando nuove opere con una velocità inaudita ed inutile in quel luogo dove lo scorrere del tempo era solo apparente.
Ma non lo aveva. Il cuore del fantasma era rimasto di là, oltre quella tenda sottile, fredda e trasparente che sarebbe bastato un nonnulla ad oltrepassare. Gli sarebbe bastato un passo, oltre naturalmente ad una buona dose di coraggio, e in un attimo avrebbe potuto riprenderselo... Ma ormai era tardi, tanto tardi... Troppo. Dall'altra parte dello specchio più nessuno aveva ricordo di lui: a che avrebbe giovato, dunque, ritrovare un cuore?
Nel luogo che abitava non c'era bisogno di sentimenti né sciocche complicazioni. Tutto era calma, perfezione, semplicità. Si poteva arrivare in ritardo senza avvisare, o non muoversi per nulla; si poteva gridare e scaldarsi senza ritegno e non avere la minima preoccupazione di ferire o meno i sentimenti altrui. Perché non c'era nessuno ad aspettare, e nessuno da ferire. Giorno e notte si incalzavano placidamente su quel mondo grigio e senza forme proprie se non quelle riflesse, e di tanto intanto il fantasma immaginava di provare – ma in maniera ovattata, più come pallido ricordo che come un sentimento reale – una specie di fastidio, di noia... Al quale poteva sottrarsi senza problemi ripetendosi quanto di poco conto fosse stata la rinuncia ad un cuore, di fronte alla prospettiva di non morire mai veramente e, più ancora, di poter continuare a scrivere per l'eternità.
Per quella ragione infatti, tanto tempo prima (quel tempo che ossessionava i mortali oltre lo specchio, poiché nella sua metà il tempo vero e proprio non esisteva) aveva oltrepassato la tenda di vetro e freddo che separava, pericolosa e temibile come fosse di fuoco, il mondo reale dal mondo riflesso. Dedicarsi in eterno all'arte che scaturiva dai suoi pensieri, infatti, era diventata per lui, che allora era stato un romanziere di talento, una vera e propria ragione di vita: e quando lo strano, pallido essere che abitava lo specchio gli aveva proposto – così scioccamente! - di lasciare la terra dei mortali, l'idea di creare intrecci per l'eternità gli aveva fatto accettare lo scambio che l'Essere gli proponeva senza la minima esitazione.
In quel modo era diventato un fantasma, barattando il proprio cuore in cambio di un perpetuo soliloquio. Perché in fin dei conti un poco lo infastidiva, ora, dopo tanti anni, l'idea che mai nessuno avrebbe letto le pagine che instancabilmente, giorno dopo giorno, riempiva con la sua grafia minuta e precisa. Aveva creduto che attraversando lo specchio avrebbe consacrato se stesso e la sua opera all'eternità; e a tratti lo credeva ancora, ma sempre più spesso negli ultimi tempi sentiva di...Sì, di annoiarsi. Per la noia bastava un cervello, non c'era bisogno di avere anche il cuore; e il fantasma comprese che, non potendo provare dispiacere né dolore, “noia” poteva essere l'unico nome della cosa – non poteva chiamarla “sentimento”, nelle sue condizioni – che tormentava le sue giornate.
Da quando poi lo specchio era stato spostato (non si trovava più in casa, adesso, ma in un negozio di Antichità a Trastevere), il fantasma non aveva nient'altro da fare se non spiare ogni tanto i rari avventori tanto temerari da affrontare la spessa cortina di polvere e fumo di sigaro che invadeva l'intero ambente... E naturalmente non ci stupirà, sapere che non erano molti. Il fantasma riempiva fogli su fogli, intingendo la penna senza mai sentire la stanchezza – e come avrebbe potuto, non avendo un corpo? - e completando nuove opere con una velocità inaudita ed inutile in quel luogo dove lo scorrere del tempo era solo apparente.
« È lui! » Il fantasma tremò con tanta violenza a quell'interruzione, che rovesciò il calamaio imbrattando l'intero foglio. Non aveva sentito i campanelli appesi sopra la porta ad indicare l'ingresso di uno dei – sempre più rari – clienti dell'Antiquario, e quando spostò lo sguardo oltre la tenda di vetro rimase, per quanto sia possibile ad un essere incorporeo, di sasso. Una giovane donna era apparsa nella cornice dello specchio; aveva i capelli chiari ma una prepotente striatura di grigio spiccava ugualmente poco sopra la fronte, e il naso aquilino e affilato, insieme alla linea leggermente curvata delle labbra, conferiva all'intero volto un'aria piuttosto severa. Ma furono i suoi occhi a turbare il fantasma: quegli occhi fissavano lo specchio con uno sguardo così intenso... Il fantasma ebbe l'impressione che la ragazza potesse vederlo, seduto dall'altra parte a scrivere l'ennesimo romanzo. « Vieni qui, papà, guarda: è semplicemente perfetto! » Gli angoli della bocca della giovane si erano adesso piegati verso l'alto, in un sorriso soddisfatto.
« Ma Diletta, cara... Costa un occhio della testa! E mi sembra troppo grande ».
Il fantasma non ascoltò le parole dell'Antiquario, che conosceva ormai a memoria... Di qualunque oggetto parlasse, qualunque chincaglieria mirasse a vendere, era una costante per lui partire dalla “notissima origine nobile dell'articolo”, per poi passare alle “sfortunate circostanze” che avevano condotto i “precedenti proprietari” a separarsi dal “prezioso oggetto”... A sentire lui, si sarebbe potuto dire che il suo negozio fosse pieno zeppo di pezzi assolutamente unici e dotati di una tristissima storia alle spalle. Certo, concesse il fantasma con un'invisibile alzata di spalle, il suo specchio era veramente un pezzo unico: ma la coincidenza era così casuale da non rendere neppure apprezzabile il discorso infiorato e magniloquente con cui l'Antiquario tentava di convincere l'Uomo dai baffi brizzolati all'acquisto. Lasciando cadere la penna, il fantasma dedicò la propria attenzione alla Ragazza. O, come l'aveva chiamata poco prima l'Uomo dai baffi brizzolati, Diletta.
I suoi occhi verdi sembravano ora brillare, nonostante l'atmosfera polverosa della bottega.
« Lo so, papà, lo capisco... », la sentì mormorare « Ma credimi, è esattamente lo specchio che stavo cercando per lo scrittoio... »
« Quella cornice è orribile, Diletta »
« Oh, lo vedo! Ma con un telaio in ferro battuto, vedrai che cambiamento! »
E così, per la prima volta da anni, attraverso lo specchio il fantasma rivide la luce del sole.
La stanza era luminosa e arredata con mobili semplici, uno stile che al fantasma era sempre piaciuto... Ora anche la nuova collocazione gli piaceva: ogni particolare su cui posava lo sguardo era nuovo, intrigante, fonte di curiosità; e soprattutto, era soddisfatto della posizione. La Ragazza, come aveva detto nel negozio dell'Antiquario, aveva appeso lo specchio sopra lo scrittoio: un posto inusuale, ma dove lei, con grande sorpresa del fantasma, trascorreva un'infinità di tempo.
E il fantasma tornava ad osservare l'esterno della sua prigione – prigione? Aveva davvero pensato quella parola? Il suo cervello si affrettò a compensare quell'inciampo con una falsa spiegazione di comodo – sempre più spesso, colpito e affascinato da quella giovane donna che passava ore a scrivere e a fissare lo specchio come se potesse vedere il misterioso ospite che vi alloggiava. Non guardava se stessa, e forse neppure lo specchio: davvero il fantasma aveva l'impressione che quello sguardo velato di tristezza potesse oltrepassare la superficie riflettente e mostrarle il suo segreto.
Del tutto scioccamente, il fantasma iniziò a domandarsi per quale motivo la Ragazza – Diletta – fosse sempre così malinconica. Alle volte la guardava sorridere, e se ancora avesse avuto un cuore certamente ne sarebbe stato sollevato; ma come sappiamo il cuore non faceva più parte delle sue facoltà da troppo tempo, e il fantasma si limitava perciò, in quelle occasioni, a constatare con occhio clinico quanto i rari sorrisi di Diletta ne illuminassero il volto e le donassero un'incredibile nuova forza nel comporre. Sì, quando sorrideva il tempo che passava allo scrittoio era più breve, ma straordinariamente più impegnato: scriveva quasi in maniera febbrile, concitata, senza mai posare la penna... Senza mai alzare gli occhi verso lo specchio.
Il fantasma non aveva un cuore, e non aveva modo di ricordare quale differenza ci fosse tra il bene e il male. Iniziò a sperare che Diletta non sorridesse più.
La malinconia della Ragazza si faceva giorno dopo giorno più forte; sempre più spesso ora il suo sguardo cercava lo specchio, che invece di rimandarle la propria immagine l'aiutava a sognare mondi lontani... E Diletta, che sempre era stata portata a credere ai sogni, iniziò ad affidare i propri tormenti non più solo alla carta, ma all'ipotetico angelo che, le piaceva credere sin da bambina, l'aveva accompagnata passo dopo passo. Lo aveva chiamato Gabriel, come il protagonista della prima storia per bambini che aveva letto, e da molti anni, di tanto in tanto – quando il mondo sembrava crollarle addosso – gli scriveva lettere che mai, pur vergognandosene un poco, aveva avuto il coraggio di distruggere.
Aveva ritrovato in fondo ad un cassetto quelle lettere infantili, e lentamente quella pratica era diventata sempre più frequente. Il mondo le era crollato addosso, questa volta davvero, e desiderava così tanto che Gabriel esistesse... Quasi senza rendersene conto, prese a leggere allo specchio le sue lettere per lui.
Oltre lo specchio, qualcosa nella solida e tranquilla semplicità dell'ambiente era cambiato. La stanza sembrava divenuta all'improvviso più cupa, l'atmosfera più pesante. Era come se la leggera malinconia dei primi tempi si fosse fatta densa come fumo. Quando per la prima volta il fantasma vide Diletta piangere, ne fu talmente sgomento che per un attimo aveva subìto la tentazione – la folle tentazione – di sporgersi oltre la tenda di vetro e freddo per asciugare il suo pianto.
Per la prima volta, l'assenza di un cuore gli sembrava intollerabile. Fu costretto a smettere di scrivere, dal momento che il suo cervello – quel cervello che lo teneva in vita più di quanto il cuore non avesse mai fatto – non poteva allontanarsi neppure un istante dal pensiero di quelle lacrime. Niente più parole, niente più pomeriggi trascorsi a scrivere, niente più sguardi sognanti o luminosi sorrisi. Diletta era tornata davanti allo specchio, ma non come il fantasma aveva pensato.
Poi, improvviso, una mattina il cambiamento. I suoi occhi erano rossi di pianto, e la striatura grigia dei suoi capelli cresciuta... Ma c'era qualcosa di diverso in lei.
Caro Gabriel. Mio adorato angelo.
Gli occhi del fantasma si affrettarono a scandagliare l'ambiente, il cervello impegnato a cercare spiegazioni. C'era forse qualcuno, là con lei? Il suo sguardo divenne attento, vigile, abbandonando la molle indolenza che per tanto tempo aveva alimentato nei confronti del mondo esterno. Se avesse avuto un cuore avrebbe provato sollievo, poiché non c'era nessuno nella stanza oltre la Ragazza, ma potendo disporre soltanto di un cervello – e piuttosto cinico in verità – ciò che il fantasma registrò fu soltanto senso di trionfo. Parlava con lui. Non era mai successo.
Come sai, la mia vita è in frantumi. La mia famiglia, è in frantumi. Non ho altri che te.
Diletta pianse, a quella prima lettera, e piangeva ogni volta che la penna la conduceva nelle braccia di quell'angelo muto e distante che non si curava più del suo dolore. Gabriel l'aveva abbandonata. Come gli amici, come i genitori, come il mondo. Eppure lei non poteva smettere di rifugiarsi in lui. Disperatamente, scioccamente, con la coscienza di non ottenere risposta...
Non importa se non sei qui. So che mi ascolti, e questo mi basta.
Tuttavia il trionfo del fantasma non durò a lungo. Svaniva più in fretta di quanto avesse potuto pensare... Mentre nel petto, all'altezza di dove un tempo c'era stato il cuore, il vuoto gli doleva. Adesso capiva cosa intendessero dire i mutilati, quando dicevano che continuavano a sentire l'arto mancante. Per molto tempo non aveva avuto bisogno del cuore, e non gli era pesata la sua assenza; ma adesso persino il suo cervello – il suo organizzato, egocentrico, pragmatico cervello! - percepiva nitido il desiderio di provare un sentimento, fosse stato anche il dolore più insopportabile. Un cuore l'avrebbe avvicinato a lei, alla sua tristezza, gli avrebbe forse permesso di sfiorare quei capelli striati d'argento nonostante la giovinezza e suggerito le parole per far tornare a brillare quegli occhi verdi e determinati che lo avevano incantato nella bottega dell'Antiquario...
Il fantasma strinse i pugni con frustrazione: non poteva desiderare ciò cui aveva consapevolmente rinunciato. Varcare la tenda di vetro e freddo avrebbe significato non avere neppure il tempo di sfiorarli, quei capelli, perché una volta tornato in possesso di un cuore il fantasma sarebbe scomparso... Sorrise amaramente. Un fantasma che ha paura di morire.
Ma quel pensiero non lo abbandonò. Ogni volta che Diletta sedeva allo scrittoio, leggendo le lettere per Gabriel o rimanendo in silenzio, immobile per ore, il fantasma sentiva acuirsi il dolore al petto. Tuttavia ogni volta scuoteva la testa, rabbioso, deciso a scacciare quell'idea una volta per tutte: non poteva lasciare lo specchio, non poteva morire, non poteva smettere di scrivere! In un impeto d'ira colpì il proprio tavolo con un pugno, e mentre i fogli e l'inchiostro cadevano a terra si rese conto con orrore che da quando la Ragazza aveva iniziato a leggere le sue lettere lui non era più stato capace di scrivere una sola riga. L'ennesimo romanzo era diventato ormai una pila di fogli ingialliti, e gli angoli di quelli più in alto avevano iniziato ad arricciarsi... Qualcosa dentro di lui sussurrò dolente che il momento era infine giunto.
Poi, improvvisa, la Ragazza lo aveva strappato ai suoi pensieri. Ascoltò le parole di Diletta con gli occhi sbarrati, mentre il dolore si faceva sempre più insopportabile. Parlava lentamente, con dolcezza, tanto che se non avesse distinto le parole avrebbe potuto giurare che quella voce non fosse altro che una carezza... Ma il messaggio della Ragazza non era una carezza, e sembrava che anche la più piccola speranza l'avesse abbandonata.
Questa è l'ultima lettera, angelo mio. Non posso consacrare la mia vita all'attesa di un segno...
Il fantasma attese che finisse, per rispetto, ma fremeva. Non avrebbe più parlato con lui, non avrebbe più cercato rifugio nell'angelo fantasma che vegliava su di lei da dietro lo specchio. Il fantasma comprese che quella morsa alla gola era tristezza, mentre una lacrima di nebbia scivolava sul suo viso.
Raccolse da terra un foglio, e intinse la penna nel poco inchiostro rimasto. Poi, dopo un ultimo sguardo alla propria prigione – e non trovò più alcuna difficoltà nel pensare quella parola –, chiuse gli occhi e si gettò sotto la tenda di vetro e freddo che lo separava dal mondo in cui Diletta viveva e soffriva.
La Ragazza percepì un tenue mutamento poco lontano dal proprio viso, come se una mano invisibile avesse fatto scivolare le dita tra i suoi capelli, ma quando istintivamente si voltò non trovò nessuno. Ancora scuoteva la testa, quando notò il foglio di carta spessa ed ingiallita sullo scrittoio: prima non c'era, non aveva dubbi, e lo sollevò incuriosita.
Non ho mai smesso di ascoltarti.
giovedì 24 aprile 2008
*stanchezza*
Salve, non sono un racconto.
Sono una pausa, un momento di ferocia della mia autrice.
*Ella* è nervosa, molto nervosa,
come ogni volta che si sente presa in giro.
Dice che è stanca
stanca di tante cose,
primariamente di farsi illusioni
secondariamene, di vederle bruciare.
E' stanca di voler bene
e di restar male per tante cose
è stanca di arrabbiarsi,
per quanto poco letterario sia.
E' stanca di sentirsi sola
come un cactus nel deserto
stanca di avere spine
e che nessuno le dia mai da bere.
Stanca di essere s*r*n*a,
o di non esserlo abbastanza.
Scusatela.
Alla prossima.
giovedì 10 aprile 2008
Music in the rain
La pioggia cadeva obliqua, come nella migliore tradizione. Il suono che produceva al contatto con il terreno sempre più intriso d'acqua era gradevole, rilassante, quasi magnetico: la ragazza stava seduta alla finestra, con la consapevolezza di doversene staccare ma senza trovare la forza per distogliere la propria attenzione da quel che accadeva all'esterno.
Tanti anni prima una persona, che la conosceva più di quanto avesse sospettato, l'aveva paragonata ad una giornata di pioviggine, e adesso quel ricordo le sembrava straordinariamente opportuno. Malinconica e svogliata, come le gocce che si lasciavano cadere con pigrizia contro la terra appena smossa del giardino... Sì, era stata una definizione quantomai esatta.
Un gatto nero le si sfregò contro le gambe, interrompendo lo scorrere dei suoi pensieri. Lo sollevò per la collottola e, senza staccare gli occhi dalla pioggia, iniziò a giocherellare con lui incurante dei piccoli morsi che questi le dava in cambio: in fin dei conti era un cucciolo, lo faceva per gioco e quello era il suo modo di dimostrarle affetto... Anche se lei sperava che prima o poi ne trovasse un altro. Lo grattò sbadatamente sotto il mento, e l'animale iniziò a fare le fusa ridotto all'impotenza.
Mai sottovalutare i più grandi...
Le fronde del salice piangente si mossero, cullate dal vento, e quasi senza rendersene conto gli occhi della ragazza presero ad accompagnarne il morbido movimento. Era a dir poco ipnotico. Lentamente, mentre all'esterno il vento si faceva più intenso e la pioggia più violenta, le sue palpebre si fecero man mano più pesanti, finché non si chiusero del tutto.
Il maestro di musica, dopo aver maledetto quel tempo ingrato facendo uso di buona parte del proprio repertorio di improperi, entrò nel salone affrescato tenendo lo sguardo fisso sulla sua protetta; la sfacciata opulenza dell'ambiente lo aveva sempre infastidito e messo a disagio, e nonostante il passare degli anni le cose non erano cambiate. Il solo modo per riuscire a sopportare quello sfarzo senza sentirsene oppresso, infatti, era tentare di focalizzare la propria attenzione sull'unica creatura dotata di sentimenti, attraverso di lei spostarsi al pianoforte, e pregare con forza che niente del mondo che li circondava facesse in modo di necessitare di una sola occhiata.
Solo concentrandosi in maniera del tutto esclusiva sulla ragazza, sul cui viso non ricordava di aver mai scorto una sola espressione di gioia nonostante la conoscesse fin da bambina, poteva, in un sol colpo, evitare di dar voce alla propria frustrazione per quell'ostentata ricchezza e impedire al proprio cervello di suscitare in se stesso l'altrimenti inevitabile sensazione di inadeguatezza.
Si avvicinò alla poltrona senza fare rumore, sfiorando appena il pavimento lucido con il suo passo leggero, e prese ad osservarla. Si era addormentata con Medoro in braccio, le sue dita si muovevano ancora impercettibilmente sotto la gola dell'animale che faceva le fusa; la testa era china di lato, verso la finestra che dava sul giardino, e una ciocca di capelli neri stava scivolando giù dallo chignon e ripiegandosi sulle spalle con estrema lentezza. Sembrava molto più serena di quanto lo fosse da sveglia.
Il maestro di musica passò a sua volta a guardare fuori come la ragazza aveva fatto fino a poco prima. Le oscillazioni eleganti e regolari delle fronde del salice piangente emanavano un fascino antico, come di qualcosa che si conosca da sempre ma del quale si sia persa la nitida memoria. Il movimento leggero ed ordinato aveva un che di ipnotico, un'attrattiva magica e stranamente rassicurante che senza dubbio doveva aver conquistato la mente della sua allieva.
Il maestro assestò uno schiaffo discreto su un'orecchia del gatto – lui e gli animali non avevano un buon rapporto, ma quel particolare felino lo irritava più di ogni altro – e quello con un soffio di rumoroso fastidio saltò giù dal grembo della padrona. Pigramente la ragazza aprì gli occhi.
Due occhi color nocciola screziati appena di giallo la fissavano, su un viso conciliante e apparentemente divertito. Il suo maestro affilava i baffi con la mano sinistra, rigirandone le punte tra pollice ed indice con un movimento distratto ma accurato grazie ad anni e anni di assidua pratica.
« Devo essermi addormentata mentre vi aspettavo »
« Almeno così sembrerebbe ».
La ragazza si sollevò dalla poltrona con una smorfia appena accennata. Il sogno in cui era immersa quando il maestro l'aveva svegliata le aveva lasciato uno strano senso di dolcezza in fondo al cuore, che non faceva che aumentare la nostalgia priva di motivo che nelle ultime settimane sempre più spesso l'assaliva. Andò a sedersi al pianoforte a coda, senza riuscire a togliersi dal volto la maschera della malinconia. Gli occhi fissi su di lei, il maestro iniziò a camminare lentamente intorno al pianoforte, con quel suo passo leggero e silenzioso per il quale pareva che egli fluttuasse. La ragazza indugiava con le dita sui tasti.
« Non ce la faccio »
« Suona ». La voce dell'uomo era stata perentoria, lontana da qualsiasi possibilità di condiscendenza. Conosceva troppo bene Charlotte.
« Ho detto di no! » La ragazza aveva alzato la voce senza rendersene conto, e una porta si aprì subito all'altro capo della sala.
« Qualcosa non va, signorina Charlotte? »
La ragazza si sentì arrossire di colpo, non appena nello spiraglio era apparsa la sua cameriera.
« Tutto bene, Mary, grazie; stavo solo spiegando a Medoro che non deve salire sulla tastiera... » Guardò la domestica sparire oltre la porta color miele, quindi rivolse uno sguardo di sfida al maestro. Che glielo restituì con altrettanta fermezza.
« Devi imparare a darmi ascolto. Non puoi inventarti scuse ogni volta che perdi il controllo... »
« Io non ho perso il controllo. Solo, continuo a dire che oggi non riesco a suonare », precisò Charlotte a voce bassa. Non le piaceva che qualcun altro avesse l'ultima parola.
Il maestro di musica si sedette accanto a lei al pianoforte, e le prese una mano con gentilezza. Tuttavia Charlotte tremò: le mani dell'uomo erano così fredde!
« So che non ci riesci, ma ho sperato che avresti voluto provarci. Per me ». Lo sguardo della ragazza si intenerì. Il suo maestro sapeva sempre quali erano le parole giuste.
« Perché Mary non può vedervi? »
Il maestro di musica sospirò, e lei ebbe l'impressione che da lui non uscisse semplice fiato ma vera, concreta tristezza. Tante volte quella domanda era stata posta, nel corso degli anni, e altrettante era stata elusa; non era facile spiegarle il motivo.
« Lo sai bene, cara Charlotte. Nessun altro può vedermi, a parte te... Tu mi ricordi ».
La ragazza chiuse gli occhi, improvvisamente colmi di lacrime. Lo aveva sempre sospettato, eppure adesso che la conferma era giunta le sembrava al tempo stesso così ovvia e così terribile...
« Non potrei mai dimenticarti, zio ». Le pupille del maestro di musica parvero dilatarsi, per la sorpresa, nell'udire quella parola inaspettata. Non si limitava a ricordarlo, lo riconosceva... Ebbe l'impressione di essere sommerso da un uragano.
Aveva lasciato anni prima quella casa, maledicendo tutto ciò che in essa si trovava e a maggior ragione la propria famiglia, e da quel momento nessuno più aveva avuto sue notizie. L'uomo che aveva trovato, solo qualche settimana dopo quella teatrale uscita di scena, il suo corpo sotto un salice lungo la sponda del fiume, aveva passato giorni e giorni tormentandosi all'idea di non sapere a chi restituire il corpo di quello sfortunato giovane che la corrente doveva avere travolto durante l'alluvione. Neppure la polizia era stata in grado di trovare la sua famiglia.
In fondo, Charlotte aveva sempre saputo che l'adorato fratello di sua madre non sarebbe più tornato. Certo la famiglia aveva fatto di tutto per cancellare il suo ricordo: le fotografie erano scomparse, i suoi libri, la sua musica, ogni cosa che potesse suggerire la sua presenza era stato eliminato e nella più felice delle ipotesi gettato via. Più spesso, con acuta crudeltà il nonno aveva usato i vecchi pentagrammi per accendere il caminetto.
Lentamente, e nel silenzio più totale dopo quell'ultimo glorioso abbandono di scena, Magnus Blackmore si era ritirato dal mondo e dalla memoria di quanti l'avevano conosciuto. I genitori di Charlotte, il vecchio e arcigno Duncan, persino la servitù, a furia di imporsi la finzione che quel figlio “degenere, scapestrato e senza midollo” non fosse mai esistito, lo avevano dimenticato. Invece la bambina che aveva assistito al litigio con gli occhi pieni di terrore non lo aveva fatto, e come in un romanzo, quando l'oblio era stato sul punto di vincere ogni resistenza, il maestro di musica era comparso all'improvviso nella sua vita.
« Lo sapevi? »
« Lo sospettavo. Nessuno è mai riuscito a condividere quel che provavo... Nessuno a parte il mio maestro. Non ricordavo il tuo viso, ma la sensazione che qualcun altro comprendesse il mio cuore era la stessa di quando ti nascondevi dietro le tende perché io potessi avere un compagno di giochi... »
Charlotte chiuse di nuovo gli occhi, per nascondere il proprio desiderio di abbandonarsi alle lacrime. Improvvisamente tutti gli anni per cui il maestro le era stato accanto non sembravano avere alcuna importanza: se davvero si era sempre trattato di Magnus, se nessuno a parte lei poteva vederlo e sentire la sua voce, allora poteva significare soltanto che l'amico di cui da sempre aspettava il ritorno era...
Il maestro di musica le sfiorò la linea del viso con la punta delle dita. Quant'era cresciuta, la sua bambina, da quando aveva lasciato la villa, e quanto era cresciuto l'affetto che provava per lei, negli anni in cui le era stato accanto come un'invisibile sconosciuto innamorato delle note di un pianoforte...
« Perché sei tornato? » Aveva posto quella domanda d'istinto, subito desiderando di non udire alcuna risposta: temeva di rimanere delusa, temeva di sentirgli dire che lei non aveva alcun ruolo nella scelta di restare e che in realtà, davvero, gli spiriti infelici rimanevano per l'eternità prigionieri nel luogo della loro sofferenza. Perché quella casa per lo zio Magnus era stata senza ombra di dubbio un luogo di sofferenza, lei adesso lo ricordava bene... E non riusciva a trovare nessun altro motivo per cui lui avesse potuto scegliere di recarvisi tre volte la settimana per tutti quegli anni, nessun altro motivo se non una iniqua condanna.
« Sarebbero riusciti in quello che avevano tentato con me, se non lo avessi fatto. Avrebbero ucciso la tua musica ».
Sì, il maestro sapeva quanto aveva dovuto lottare perché lei non cedesse alle pressioni del vecchio Duncan. Ricordava con estrema precisione l'orgoglio che aveva provato, quando a quindici anni Charlotte gli aveva raccontato – aveva raccontato al suo maestro – con che determinazione si fosse opposta al progetto del nonno di vendere il pianoforte. E ricordava pure quanto era stato difficile convincerla che la musica non avrebbe in alcun modo sminuito il suo dolore e il suo lutto, quando i genitori erano scomparsi.
Anni di fatiche, al seguito di quella ragazza dall'aria malinconica e forse incapace di sorridere, perché non abbandonasse ciò per cui entrambi nutrivano tanto smisurato amore... E ora lei aveva gettato la spugna. L'incidente l'aveva cambiata, il maestro temeva senza via d'uscita; era successa la cosa peggiore che potesse accadere: Charlotte aveva paura di suonare.
« È morta comunque, zio. Le mie mani non sono in grado di assecondare ciò che il mio cuore desidera ». Quindi, rivolgendogli un'occhiata quasi di rimprovero, concluse « E lo sai bene ».
Il maestro di musica si alzò dallo sgabello e – con l'usuale leggerezza, di cui finalmente Charlotte vedeva la ragione – si stagliò di fronte alla finestra: salvo qualche rada goccia ritardataria la pioggia era cessata, e nella nebbia che si addensava le fronde del salice piangente si muovevano appena, quasi a scuotersi di dosso la fastidiosa umidità.
« Ricordi ancora quando ti dissi che somigliavi ad un tempo come questo? »
La ragazza annuì in silenzio. Il maestro di musica sorrise compiaciuto, lisciandosi i baffi tra pollice ed indice come al solito.
« Non puoi suonare? D'accordo. Allora canta... Canta la nebbia, Charlotte. Cantala, riesci a sentirla? »
Sulle prime la ragazza rimase immobile, senza capire, poi le parole del suo maestro si fecero strada oltre ogni resistenza della ragione e della paura e per la prima volta si rese conto di stare sorridendo. Indipendente dalla volontà la voce uscì dalle sue labbra seguendo quella musica che, come la magia del salice, le sembrava di conoscere da sempre; comprese che tutto proveniva dallo stesso luogo, la nebbia, il salice, il suo maestro... Era certa di sentire le note librarsi nella stanza, provenire dal pianoforte, eppure il maestro di musica non faceva altro che continuare a guardarla, fermo, con le spalle rivolte alla finestra.
I suoi occhi brillavano d'orgoglio e di affetto, di una felicità mai provata: e mentre Charlotte continuava a cantare, sotto il suo sguardo incredulo il maestro di musica parve attraversare i vetri chiusi, oltrepassare il prato ristorato dalla pioggia e scomparire in un ultimo, delicato fruscio delle foglie del salice.
Tanti anni prima una persona, che la conosceva più di quanto avesse sospettato, l'aveva paragonata ad una giornata di pioviggine, e adesso quel ricordo le sembrava straordinariamente opportuno. Malinconica e svogliata, come le gocce che si lasciavano cadere con pigrizia contro la terra appena smossa del giardino... Sì, era stata una definizione quantomai esatta.
Un gatto nero le si sfregò contro le gambe, interrompendo lo scorrere dei suoi pensieri. Lo sollevò per la collottola e, senza staccare gli occhi dalla pioggia, iniziò a giocherellare con lui incurante dei piccoli morsi che questi le dava in cambio: in fin dei conti era un cucciolo, lo faceva per gioco e quello era il suo modo di dimostrarle affetto... Anche se lei sperava che prima o poi ne trovasse un altro. Lo grattò sbadatamente sotto il mento, e l'animale iniziò a fare le fusa ridotto all'impotenza.
Mai sottovalutare i più grandi...
Le fronde del salice piangente si mossero, cullate dal vento, e quasi senza rendersene conto gli occhi della ragazza presero ad accompagnarne il morbido movimento. Era a dir poco ipnotico. Lentamente, mentre all'esterno il vento si faceva più intenso e la pioggia più violenta, le sue palpebre si fecero man mano più pesanti, finché non si chiusero del tutto.
Il maestro di musica, dopo aver maledetto quel tempo ingrato facendo uso di buona parte del proprio repertorio di improperi, entrò nel salone affrescato tenendo lo sguardo fisso sulla sua protetta; la sfacciata opulenza dell'ambiente lo aveva sempre infastidito e messo a disagio, e nonostante il passare degli anni le cose non erano cambiate. Il solo modo per riuscire a sopportare quello sfarzo senza sentirsene oppresso, infatti, era tentare di focalizzare la propria attenzione sull'unica creatura dotata di sentimenti, attraverso di lei spostarsi al pianoforte, e pregare con forza che niente del mondo che li circondava facesse in modo di necessitare di una sola occhiata.
Solo concentrandosi in maniera del tutto esclusiva sulla ragazza, sul cui viso non ricordava di aver mai scorto una sola espressione di gioia nonostante la conoscesse fin da bambina, poteva, in un sol colpo, evitare di dar voce alla propria frustrazione per quell'ostentata ricchezza e impedire al proprio cervello di suscitare in se stesso l'altrimenti inevitabile sensazione di inadeguatezza.
Si avvicinò alla poltrona senza fare rumore, sfiorando appena il pavimento lucido con il suo passo leggero, e prese ad osservarla. Si era addormentata con Medoro in braccio, le sue dita si muovevano ancora impercettibilmente sotto la gola dell'animale che faceva le fusa; la testa era china di lato, verso la finestra che dava sul giardino, e una ciocca di capelli neri stava scivolando giù dallo chignon e ripiegandosi sulle spalle con estrema lentezza. Sembrava molto più serena di quanto lo fosse da sveglia.
Il maestro di musica passò a sua volta a guardare fuori come la ragazza aveva fatto fino a poco prima. Le oscillazioni eleganti e regolari delle fronde del salice piangente emanavano un fascino antico, come di qualcosa che si conosca da sempre ma del quale si sia persa la nitida memoria. Il movimento leggero ed ordinato aveva un che di ipnotico, un'attrattiva magica e stranamente rassicurante che senza dubbio doveva aver conquistato la mente della sua allieva.
Il maestro assestò uno schiaffo discreto su un'orecchia del gatto – lui e gli animali non avevano un buon rapporto, ma quel particolare felino lo irritava più di ogni altro – e quello con un soffio di rumoroso fastidio saltò giù dal grembo della padrona. Pigramente la ragazza aprì gli occhi.
Due occhi color nocciola screziati appena di giallo la fissavano, su un viso conciliante e apparentemente divertito. Il suo maestro affilava i baffi con la mano sinistra, rigirandone le punte tra pollice ed indice con un movimento distratto ma accurato grazie ad anni e anni di assidua pratica.
« Devo essermi addormentata mentre vi aspettavo »
« Almeno così sembrerebbe ».
La ragazza si sollevò dalla poltrona con una smorfia appena accennata. Il sogno in cui era immersa quando il maestro l'aveva svegliata le aveva lasciato uno strano senso di dolcezza in fondo al cuore, che non faceva che aumentare la nostalgia priva di motivo che nelle ultime settimane sempre più spesso l'assaliva. Andò a sedersi al pianoforte a coda, senza riuscire a togliersi dal volto la maschera della malinconia. Gli occhi fissi su di lei, il maestro iniziò a camminare lentamente intorno al pianoforte, con quel suo passo leggero e silenzioso per il quale pareva che egli fluttuasse. La ragazza indugiava con le dita sui tasti.
« Non ce la faccio »
« Suona ». La voce dell'uomo era stata perentoria, lontana da qualsiasi possibilità di condiscendenza. Conosceva troppo bene Charlotte.
« Ho detto di no! » La ragazza aveva alzato la voce senza rendersene conto, e una porta si aprì subito all'altro capo della sala.
« Qualcosa non va, signorina Charlotte? »
La ragazza si sentì arrossire di colpo, non appena nello spiraglio era apparsa la sua cameriera.
« Tutto bene, Mary, grazie; stavo solo spiegando a Medoro che non deve salire sulla tastiera... » Guardò la domestica sparire oltre la porta color miele, quindi rivolse uno sguardo di sfida al maestro. Che glielo restituì con altrettanta fermezza.
« Devi imparare a darmi ascolto. Non puoi inventarti scuse ogni volta che perdi il controllo... »
« Io non ho perso il controllo. Solo, continuo a dire che oggi non riesco a suonare », precisò Charlotte a voce bassa. Non le piaceva che qualcun altro avesse l'ultima parola.
Il maestro di musica si sedette accanto a lei al pianoforte, e le prese una mano con gentilezza. Tuttavia Charlotte tremò: le mani dell'uomo erano così fredde!
« So che non ci riesci, ma ho sperato che avresti voluto provarci. Per me ». Lo sguardo della ragazza si intenerì. Il suo maestro sapeva sempre quali erano le parole giuste.
« Perché Mary non può vedervi? »
Il maestro di musica sospirò, e lei ebbe l'impressione che da lui non uscisse semplice fiato ma vera, concreta tristezza. Tante volte quella domanda era stata posta, nel corso degli anni, e altrettante era stata elusa; non era facile spiegarle il motivo.
« Lo sai bene, cara Charlotte. Nessun altro può vedermi, a parte te... Tu mi ricordi ».
La ragazza chiuse gli occhi, improvvisamente colmi di lacrime. Lo aveva sempre sospettato, eppure adesso che la conferma era giunta le sembrava al tempo stesso così ovvia e così terribile...
« Non potrei mai dimenticarti, zio ». Le pupille del maestro di musica parvero dilatarsi, per la sorpresa, nell'udire quella parola inaspettata. Non si limitava a ricordarlo, lo riconosceva... Ebbe l'impressione di essere sommerso da un uragano.
Aveva lasciato anni prima quella casa, maledicendo tutto ciò che in essa si trovava e a maggior ragione la propria famiglia, e da quel momento nessuno più aveva avuto sue notizie. L'uomo che aveva trovato, solo qualche settimana dopo quella teatrale uscita di scena, il suo corpo sotto un salice lungo la sponda del fiume, aveva passato giorni e giorni tormentandosi all'idea di non sapere a chi restituire il corpo di quello sfortunato giovane che la corrente doveva avere travolto durante l'alluvione. Neppure la polizia era stata in grado di trovare la sua famiglia.
In fondo, Charlotte aveva sempre saputo che l'adorato fratello di sua madre non sarebbe più tornato. Certo la famiglia aveva fatto di tutto per cancellare il suo ricordo: le fotografie erano scomparse, i suoi libri, la sua musica, ogni cosa che potesse suggerire la sua presenza era stato eliminato e nella più felice delle ipotesi gettato via. Più spesso, con acuta crudeltà il nonno aveva usato i vecchi pentagrammi per accendere il caminetto.
Lentamente, e nel silenzio più totale dopo quell'ultimo glorioso abbandono di scena, Magnus Blackmore si era ritirato dal mondo e dalla memoria di quanti l'avevano conosciuto. I genitori di Charlotte, il vecchio e arcigno Duncan, persino la servitù, a furia di imporsi la finzione che quel figlio “degenere, scapestrato e senza midollo” non fosse mai esistito, lo avevano dimenticato. Invece la bambina che aveva assistito al litigio con gli occhi pieni di terrore non lo aveva fatto, e come in un romanzo, quando l'oblio era stato sul punto di vincere ogni resistenza, il maestro di musica era comparso all'improvviso nella sua vita.
« Lo sapevi? »
« Lo sospettavo. Nessuno è mai riuscito a condividere quel che provavo... Nessuno a parte il mio maestro. Non ricordavo il tuo viso, ma la sensazione che qualcun altro comprendesse il mio cuore era la stessa di quando ti nascondevi dietro le tende perché io potessi avere un compagno di giochi... »
Charlotte chiuse di nuovo gli occhi, per nascondere il proprio desiderio di abbandonarsi alle lacrime. Improvvisamente tutti gli anni per cui il maestro le era stato accanto non sembravano avere alcuna importanza: se davvero si era sempre trattato di Magnus, se nessuno a parte lei poteva vederlo e sentire la sua voce, allora poteva significare soltanto che l'amico di cui da sempre aspettava il ritorno era...
Il maestro di musica le sfiorò la linea del viso con la punta delle dita. Quant'era cresciuta, la sua bambina, da quando aveva lasciato la villa, e quanto era cresciuto l'affetto che provava per lei, negli anni in cui le era stato accanto come un'invisibile sconosciuto innamorato delle note di un pianoforte...
« Perché sei tornato? » Aveva posto quella domanda d'istinto, subito desiderando di non udire alcuna risposta: temeva di rimanere delusa, temeva di sentirgli dire che lei non aveva alcun ruolo nella scelta di restare e che in realtà, davvero, gli spiriti infelici rimanevano per l'eternità prigionieri nel luogo della loro sofferenza. Perché quella casa per lo zio Magnus era stata senza ombra di dubbio un luogo di sofferenza, lei adesso lo ricordava bene... E non riusciva a trovare nessun altro motivo per cui lui avesse potuto scegliere di recarvisi tre volte la settimana per tutti quegli anni, nessun altro motivo se non una iniqua condanna.
« Sarebbero riusciti in quello che avevano tentato con me, se non lo avessi fatto. Avrebbero ucciso la tua musica ».
Sì, il maestro sapeva quanto aveva dovuto lottare perché lei non cedesse alle pressioni del vecchio Duncan. Ricordava con estrema precisione l'orgoglio che aveva provato, quando a quindici anni Charlotte gli aveva raccontato – aveva raccontato al suo maestro – con che determinazione si fosse opposta al progetto del nonno di vendere il pianoforte. E ricordava pure quanto era stato difficile convincerla che la musica non avrebbe in alcun modo sminuito il suo dolore e il suo lutto, quando i genitori erano scomparsi.
Anni di fatiche, al seguito di quella ragazza dall'aria malinconica e forse incapace di sorridere, perché non abbandonasse ciò per cui entrambi nutrivano tanto smisurato amore... E ora lei aveva gettato la spugna. L'incidente l'aveva cambiata, il maestro temeva senza via d'uscita; era successa la cosa peggiore che potesse accadere: Charlotte aveva paura di suonare.
« È morta comunque, zio. Le mie mani non sono in grado di assecondare ciò che il mio cuore desidera ». Quindi, rivolgendogli un'occhiata quasi di rimprovero, concluse « E lo sai bene ».
Il maestro di musica si alzò dallo sgabello e – con l'usuale leggerezza, di cui finalmente Charlotte vedeva la ragione – si stagliò di fronte alla finestra: salvo qualche rada goccia ritardataria la pioggia era cessata, e nella nebbia che si addensava le fronde del salice piangente si muovevano appena, quasi a scuotersi di dosso la fastidiosa umidità.
« Ricordi ancora quando ti dissi che somigliavi ad un tempo come questo? »
La ragazza annuì in silenzio. Il maestro di musica sorrise compiaciuto, lisciandosi i baffi tra pollice ed indice come al solito.
« Non puoi suonare? D'accordo. Allora canta... Canta la nebbia, Charlotte. Cantala, riesci a sentirla? »
Sulle prime la ragazza rimase immobile, senza capire, poi le parole del suo maestro si fecero strada oltre ogni resistenza della ragione e della paura e per la prima volta si rese conto di stare sorridendo. Indipendente dalla volontà la voce uscì dalle sue labbra seguendo quella musica che, come la magia del salice, le sembrava di conoscere da sempre; comprese che tutto proveniva dallo stesso luogo, la nebbia, il salice, il suo maestro... Era certa di sentire le note librarsi nella stanza, provenire dal pianoforte, eppure il maestro di musica non faceva altro che continuare a guardarla, fermo, con le spalle rivolte alla finestra.
I suoi occhi brillavano d'orgoglio e di affetto, di una felicità mai provata: e mentre Charlotte continuava a cantare, sotto il suo sguardo incredulo il maestro di musica parve attraversare i vetri chiusi, oltrepassare il prato ristorato dalla pioggia e scomparire in un ultimo, delicato fruscio delle foglie del salice.
giovedì 3 aprile 2008
Fallen - Caduto
Era ancora là.
Alto, ritto nonostante un'età che pareva insondabile ma dava l'impressione d'essere piuttosto avanzata, l'espressione un po' triste incisa nelle rughe sottili e sensuali del suo viso. E gli occhi, occhi chiari e penetranti come il bagliore di una lama di coltello; occhi come di ragazzo, che a prima vista stonavano un poco nell'aspetto solenne dell'uomo, occhi che di tanto in tanto si velavano di ricordi troppo densi per poter essere riportati alla luce fino a diventare gli occhi di chi sembrava aver vissuto mille anni o forse più.
Ed era ancora là, immobile nel bar sull'altro lato della strada, un sigaro spento tra le dita, là ad aspettare lei. Perché sapeva che alla fine l'avrebbe vista.
Anche la donna che lui chiamava Minerva sapeva. Non aveva una precisa consapevolezza, non avrebbe potuto, ma in un livello al di sopra delle percezioni e della ragione sapeva che lui era là fuori, da qualche parte... In un angolo nascosto di quella loro assurda città, appoggiato ad un muro, seduto su una panchina, dietro un giornale aperto, magnifico nella sua eterna solitudine. Lo sentiva. Non lo aveva mai visto e se le cose fossero andate secondo i piani non sarebbe mai capitato, ma sentiva la sua presenza, un passo dietro di sé: un'ombra amica, un leggero vento d'ali, un lampo di luce, niente più.
L'uomo si raddrizzò sulla sedia un attimo prima che Minerva oltrepassasse il portone del palazzo in cui lavorava, lasciando sul tavolo il prezzo della consumazione – torta di nocciole e caffè alla vaniglia, più un adeguato extra per la cameriera. Quindi si alzò con tutta calma, per concedere alla donna dall'altra parte della strada il tempo di trovare un taxi, e si rimise in cammino. Discretamente, in silenzio, sparendo dietro un angolo ogni volta che lei si voltava, perché seguirla da lontano era stata la sua missione. Comparire al momento giusto era stato, tanto tempo prima, il suo lavoro, ma ormai tutto ciò che ne rimaneva era la capacità di svanire tra le ombre un attimo prima di essere visto... Sempre con la segreta e inconfessata speranza che finalmente Minerva avrebbe un giorno potuto scorgerlo, costringendolo una volta per tutte ad uscire da quella tremenda prigione.
Sfilò gli occhiali e li pulì distrattamente, mentre, dopo avere a propria volta sottratto un taxi ad un furibondo uomo d'affari, chiedeva in tono asciutto al conducente di seguire i fanali dell'auto su cui la ragazza si trovava, ormai a distanza di sicurezza nel traffico.
“Una pupa da tenere d'occhio, eh?”, aveva domandato il tassista, allusivo, immettendosi nella circolazione e lanciando un'occhiata complice all'uomo seduto sul sedile posteriore. Ma il passeggero era rimasto immobile, impassibile, a sfregare le lenti con gesti meccanici e la mente fissa chissà dove. La voce dell'uomo arrivò ai suoi sensi lunghi minuti più tardi, quando ormai l'altro si era rassegnato a trasportare nel silenzio quel cliente così stravagante.
“Non è una 'pupa' “, si limitò a dire, ma il tono che aveva usato non avrebbe invogliato il minimo commento. Minerva non era una “pupa”, non lo era mai stata e lui lo sapeva meglio di chiunque altro. Sì, lui sapeva. Perché vedeva, aveva sempre visto ogni cosa, e non avrebbe certo permesso all'incauta, sciocca osservazione di uno sconosciuto incrociato per caso di mettere in dubbio quella verità immutabile.
Minerva infilò la chiave nella serratura con un senso di lieve delusione. Non c'era niente, davanti alla porta, niente sulle scale, niente sullo zerbino, niente appoggiato al muro... Non un biglietto, non uno dei piccoli doni che da qualche tempo trovava ogni giovedì.
Nel primo periodo si era preoccupata, per quegli inspiegabili ritrovamenti, preoccupata fin quasi al punto di denunciare il fatto alla polizia, ma quando aveva capito (senza sapere in che modo, per altro) che il misterioso sconosciuto che con tanta cura sapeva scegliere un fiore o un biglietto non si sarebbe mai fatto vivo, aveva rinunciato senza fatica agli iniziali propositi bellicosi.
Certo ai primi momenti di allarme e timore era subentrata la fase della curiosità, il desiderio di incontrare quell'ammiratore che così bene sembrava indovinare ciò di cui il suo cuore aveva bisogno; ma dopo sei mesi, per forza di cose, quelle fasi intermedie erano state superate. E Minerva si godeva, con un sorriso pieno d'affetto per un uomo che – adesso lo sapeva – non avrebbe mai visto, le piacevoli sorprese con cui lui silenziosamente le dava il benvenuto ogni giovedì.
Ma quel giorno non c'era nulla, ad aspettarla, e la donna fece scattare la chiave sforzandosi di non ammettere di esserci rimasta male. Fu allora che la vide. La busta di carta un poco ingiallita, appena oltre la soglia, chiaramente fatta scivolare attraverso la fessura sotto la porta. Minerva si chinò a raccoglierla, mentre un sorriso si allargava sulle sue labbra.
In piedi ed appoggiato ad un lampione, alto e scuro come il ferro che lo sosteneva, l'uomo riusciva incredibilmente ad essere invisibile nonostante il suo aspetto fuori dal comune. Era riuscito a conservare, a dispetto delle molte cose perdute del suo passato, la straordinaria abilità di non colpire lo sguardo di chi incrociava la sua strada, restando niente più che un'ombra dai contorni sfumati in fondo agli occhi, sbuffo di fumo o nuvola che spariva non appena si tentava di metterlo a fuoco.
Un vago sorriso interrompeva i lineamenti del suo volto, sopra il maglione dolcevita nero. E quel sorriso, da molti anni a quella parte, svelava come in un libro aperto i suoi pensieri, o, meglio, il suo pensiero. Perché quello era il sorriso di Minerva, per lei sola, e se solo fosse esistito ancora uno soltanto di quelli che lo avevano conosciuto, senza dubbio avrebbe letto in quel sorriso la soddisfazione per il fatto che lei, a quell'ora, certo doveva avere trovato il suo biglietto.
Era carta spessa, ruvida, molto vecchia... Vecchia di secoli, perché no.
“Non ci sono altre cose – e dico proprio cose – oltre a quelle che si vedono? “
“Tante. Le cose dietro alle nostre spalle; le cose troppo lontane; in generale, tutte le cose, se c'è abbastanza buio “*
Minerva si scrutò per un attimo nello specchio dell'ingresso e sorrise a propria volta, ignorando che sul marciapiede sotto casa sua, nel medesimo istante, allineato come un'ombra al lampione di ferro battuto, un uomo stava facendo la stessa identica cosa.
Era curioso, pensare che da qualche parte là fuori esistesse qualcuno in grado di intuire la sua anima al punto di scegliere, settimana dopo settimana per più di sei mesi, il piccolo pensiero o la frase giusta per strapparle un attimo di serenità, senza sbagliare mai. Chiunque fosse, quell'angelo senza volto era una di quelle cose che non si vedono arrivato chissà come o perché nella sua vita. Minerva accese il gas sotto il bollitore, la mente fissa su quella rassicurante consapevolezza.
Ma ora il tempo stava per finire.
Se ne era reso conto all'improvviso, con un moto di panico, mentre una nebbia sottile saliva dai marciapiedi fradici di pioggia e il sole sembrava sciogliersi, rosso come un grumo di sangue, sull'orizzonte ancora velato, qua e là, da nubi grigio scuro. Da anni, secoli ormai aveva smesso di attendere il segnale, convincendosi, non senza una massiccia dose di sogno, che alla fine davvero si fossero dimenticati di lui. In fin dei conti, era caduto da così tanto tempo... Avrebbe potuto trascinarsi, ancora per un po'.
Ora invece, ora che aveva smesso di aspettare, ora che anche la speranza di tornare era venuta meno, ora che aveva trovato una ragione di vita, il segnale era arrivato. Quel maledetto gabbiano aveva girato davvero su se stesso tre volte, oppure era stata soltanto una suggestione? L'uomo fissò gli occhi sull'animale, che adesso passeggiava lungo l'argine del fiume con la testa rivolta verso di lui. Ecco. Quello certo non poteva essere un caso. Il gabbiano guardò un'ultima volta l'uomo sgomento, spiccò il volo e di nuovo compì tre leggiadri volteggi circolari.
Dimentica per un istante dell'autocontrollo che da tanti anni il suo proprietario esercitava su se stesso, la mano destra dell'uomo si abbatté con violenza sul lampione alle sue spalle. Non era possibile, non era giusto, non era... L'uomo trasse un profondo respiro. Doveva calmarsi, non era dignitoso per un angelo comportarsi in modo tanto emotivo; ma tra il dirlo, e mettere in pratica il concetto, ci passava una vita intera.
Minerva era stata investita da un'ondata di tristezza inspiegabile, arrivata da chissà dove ma così forte da costringerla a posare in fretta la tazza del tè per non rischiare di rovesciarla. Senza motivo se non uno sconosciuto istinto, si affacciò in fretta alla finestra della cucina e prese a frugare con lo sguardo la strada sottostante. Gente che camminava, parlava, viveva come ogni giorno; tutto come sempre, come in ogni singolo istante della sua vita, tutto normale... E invece no, non tutto. Nell'istante stesso in cui i suoi occhi si posarono su di lui, sull'uomo vestito di nero che per un istante si era passato la mano sulla fronte, in quel gesto di tradita disperazione Minerva comprese di avere trovato, ad un tempo, il proprio angelo e la fonte della dolorosa tristezza che l'aveva colpita pochi istanti prima.
Lei lo aveva visto.
L'uomo in nero tentò di scivolare via dal suo sguardo, come spesso aveva fatto con tutti gli altri, ma i sentimenti contrastanti che si agitavano in lui da quando si era reso conto che Minerva lo aveva finalmente scoperto glielo rendevano impossibile; ciò che per anni aveva desiderato, sperato al di là di ogni speranza, era accaduto, ma adesso era troppo tardi, e lui si sentiva così stanco...
“ Sei tu".
Le parole della donna caddero nel silenzio, mentre intorno a loro la vita della gente proseguiva senza ostacoli: nessuno vedeva quell'uomo alto e solenne, sempre più pallido sopra il collo del dolcevita nero, e nessuno vedeva neppure Minerva, la musa per cui un tempo lui aveva abbandonato la propria vita.
“ Il mio angelo... Sei tu, lo so".
L'uomo si voltò piano, fino a trovarsela di fronte, sguardo nello sguardo: e anche gli occhi di Minerva parvero assumere l'eterna profondità di quelli di lui. Annuì con un breve cenno della testa, quasi imbarazzato, ma non parlò. Sentiva che non ne sarebbe stato capace senza che la commozione per quel sogno realizzatosi troppo tardi prendesse il sopravvento. Non sarebbe stato in grado di tenerla a bada, non con la fine così vicina e le forze sempre più esili.
Minerva batté un paio di volte le palpebre; le sembrava che nella sua mente comparissero ricordi nuovi, inconsapevoli e al tempo stesso innegabili... Il bel viso dell'uomo, la sua sagoma scura contro il lampione, i contorni che sembravano sfumare, tutto di lui le ispirava sensazioni conosciute ma dimenticate, come una vita risalente a secoli prima ma cancellata dalla memoria razionale... Poi, finalmente, mentre un riflesso incondizionato dei suoi muscoli le faceva spalancare gli occhi, dal mare torbido dell'irrazionale emerse un nome.
“ Gabriel...? ”
L'uomo sorrise, un poco stupito. Non capiva come lei avesse potuto riconoscerlo, ma ne era lieto: gli sembrava un modo molto felice per andarsene... La donna lo guardava sorridendo, senza domande, senza curiosità; qualche tempo prima, in uno dei suoi biglietti, lui le aveva scritto che “l'amore di apprezzamento contempla trattenendo il respiro, e tace”**, e lei ora si sentiva esattamente così. Come se non esistesse, se non potesse esistere, qualcosa o qualcuno in tutto il mondo in grado di distogliere la sua attenzione da lui. Come se non ci fosse nient'altro da fare, e il guardarlo, dopo tanto averlo atteso, fosse l'unica cosa possibile.
Nonostante si sentisse sempre più debole, l'uomo riconobbe senza fatica i pensieri di Minerva, e pur senza dire una parola gliene fu profondamente grato. Poi, all'improvviso, si accasciò.
Minerva si inginocchiò accanto a lui, un poco spaventata nonostante gli occhi dell'uomo le trasmettessero la serena consapevolezza che quello era il naturale svolgersi delle cose, gli sollevò la testa appoggiandosela in grembo, e con un gesto naturale che tuttavia la stupì ne accarezzò per la prima volta il viso.
“ Non puoi andartene adesso", gli disse, nel suo abituale tono ragionevole e pragmatico, risoluto ma un poco velato di malinconia. “ Non puoi. Non ti ho ancora ringraziato... “
Gabriel chiuse gli occhi per un attimo, sentendo che il momento di ritornare si avvicinava. Ciò che per anni aveva sperato era accaduto solo in parte, ma andava bene così... Minerva non avrebbe saputo che aveva lasciato la propria vita per vegliare su di lei, non avrebbe saputo fino a che punto era stato sciocco, non avrebbe saputo che pur di impedire che le accadesse qualcosa era scivolato, lentamente, fin sulla terra, era diventato troppo pesante e non era stato più capace di risalire.
Non importava che lo fosse, o che lo fosse stato: Minerva aveva riconosciuto in lui il suo angelo, e questo era anche più di quanto avesse sperato. Aprì gli occhi per guardarla ancora una volta, mentre una calda lacrima ne scivolava via fino a bagnarle le dita. Un istante più tardi Minerva si ritrovò inginocchiata a terra, con nient'altro che quella lacrima a parlare del suo angelo. Intorno a lei, soltanto la nebbia in cui Gabriel si era dissolto.
(note:
*C. S. Lewis, “A viso scoperto”
**C.S. Lewis, “I quattro amori”)
Alto, ritto nonostante un'età che pareva insondabile ma dava l'impressione d'essere piuttosto avanzata, l'espressione un po' triste incisa nelle rughe sottili e sensuali del suo viso. E gli occhi, occhi chiari e penetranti come il bagliore di una lama di coltello; occhi come di ragazzo, che a prima vista stonavano un poco nell'aspetto solenne dell'uomo, occhi che di tanto in tanto si velavano di ricordi troppo densi per poter essere riportati alla luce fino a diventare gli occhi di chi sembrava aver vissuto mille anni o forse più.
Ed era ancora là, immobile nel bar sull'altro lato della strada, un sigaro spento tra le dita, là ad aspettare lei. Perché sapeva che alla fine l'avrebbe vista.
Anche la donna che lui chiamava Minerva sapeva. Non aveva una precisa consapevolezza, non avrebbe potuto, ma in un livello al di sopra delle percezioni e della ragione sapeva che lui era là fuori, da qualche parte... In un angolo nascosto di quella loro assurda città, appoggiato ad un muro, seduto su una panchina, dietro un giornale aperto, magnifico nella sua eterna solitudine. Lo sentiva. Non lo aveva mai visto e se le cose fossero andate secondo i piani non sarebbe mai capitato, ma sentiva la sua presenza, un passo dietro di sé: un'ombra amica, un leggero vento d'ali, un lampo di luce, niente più.
L'uomo si raddrizzò sulla sedia un attimo prima che Minerva oltrepassasse il portone del palazzo in cui lavorava, lasciando sul tavolo il prezzo della consumazione – torta di nocciole e caffè alla vaniglia, più un adeguato extra per la cameriera. Quindi si alzò con tutta calma, per concedere alla donna dall'altra parte della strada il tempo di trovare un taxi, e si rimise in cammino. Discretamente, in silenzio, sparendo dietro un angolo ogni volta che lei si voltava, perché seguirla da lontano era stata la sua missione. Comparire al momento giusto era stato, tanto tempo prima, il suo lavoro, ma ormai tutto ciò che ne rimaneva era la capacità di svanire tra le ombre un attimo prima di essere visto... Sempre con la segreta e inconfessata speranza che finalmente Minerva avrebbe un giorno potuto scorgerlo, costringendolo una volta per tutte ad uscire da quella tremenda prigione.
Sfilò gli occhiali e li pulì distrattamente, mentre, dopo avere a propria volta sottratto un taxi ad un furibondo uomo d'affari, chiedeva in tono asciutto al conducente di seguire i fanali dell'auto su cui la ragazza si trovava, ormai a distanza di sicurezza nel traffico.
“Una pupa da tenere d'occhio, eh?”, aveva domandato il tassista, allusivo, immettendosi nella circolazione e lanciando un'occhiata complice all'uomo seduto sul sedile posteriore. Ma il passeggero era rimasto immobile, impassibile, a sfregare le lenti con gesti meccanici e la mente fissa chissà dove. La voce dell'uomo arrivò ai suoi sensi lunghi minuti più tardi, quando ormai l'altro si era rassegnato a trasportare nel silenzio quel cliente così stravagante.
“Non è una 'pupa' “, si limitò a dire, ma il tono che aveva usato non avrebbe invogliato il minimo commento. Minerva non era una “pupa”, non lo era mai stata e lui lo sapeva meglio di chiunque altro. Sì, lui sapeva. Perché vedeva, aveva sempre visto ogni cosa, e non avrebbe certo permesso all'incauta, sciocca osservazione di uno sconosciuto incrociato per caso di mettere in dubbio quella verità immutabile.
Minerva infilò la chiave nella serratura con un senso di lieve delusione. Non c'era niente, davanti alla porta, niente sulle scale, niente sullo zerbino, niente appoggiato al muro... Non un biglietto, non uno dei piccoli doni che da qualche tempo trovava ogni giovedì.
Nel primo periodo si era preoccupata, per quegli inspiegabili ritrovamenti, preoccupata fin quasi al punto di denunciare il fatto alla polizia, ma quando aveva capito (senza sapere in che modo, per altro) che il misterioso sconosciuto che con tanta cura sapeva scegliere un fiore o un biglietto non si sarebbe mai fatto vivo, aveva rinunciato senza fatica agli iniziali propositi bellicosi.
Certo ai primi momenti di allarme e timore era subentrata la fase della curiosità, il desiderio di incontrare quell'ammiratore che così bene sembrava indovinare ciò di cui il suo cuore aveva bisogno; ma dopo sei mesi, per forza di cose, quelle fasi intermedie erano state superate. E Minerva si godeva, con un sorriso pieno d'affetto per un uomo che – adesso lo sapeva – non avrebbe mai visto, le piacevoli sorprese con cui lui silenziosamente le dava il benvenuto ogni giovedì.
Ma quel giorno non c'era nulla, ad aspettarla, e la donna fece scattare la chiave sforzandosi di non ammettere di esserci rimasta male. Fu allora che la vide. La busta di carta un poco ingiallita, appena oltre la soglia, chiaramente fatta scivolare attraverso la fessura sotto la porta. Minerva si chinò a raccoglierla, mentre un sorriso si allargava sulle sue labbra.
In piedi ed appoggiato ad un lampione, alto e scuro come il ferro che lo sosteneva, l'uomo riusciva incredibilmente ad essere invisibile nonostante il suo aspetto fuori dal comune. Era riuscito a conservare, a dispetto delle molte cose perdute del suo passato, la straordinaria abilità di non colpire lo sguardo di chi incrociava la sua strada, restando niente più che un'ombra dai contorni sfumati in fondo agli occhi, sbuffo di fumo o nuvola che spariva non appena si tentava di metterlo a fuoco.
Un vago sorriso interrompeva i lineamenti del suo volto, sopra il maglione dolcevita nero. E quel sorriso, da molti anni a quella parte, svelava come in un libro aperto i suoi pensieri, o, meglio, il suo pensiero. Perché quello era il sorriso di Minerva, per lei sola, e se solo fosse esistito ancora uno soltanto di quelli che lo avevano conosciuto, senza dubbio avrebbe letto in quel sorriso la soddisfazione per il fatto che lei, a quell'ora, certo doveva avere trovato il suo biglietto.
Era carta spessa, ruvida, molto vecchia... Vecchia di secoli, perché no.
“Non ci sono altre cose – e dico proprio cose – oltre a quelle che si vedono? “
“Tante. Le cose dietro alle nostre spalle; le cose troppo lontane; in generale, tutte le cose, se c'è abbastanza buio “*
Minerva si scrutò per un attimo nello specchio dell'ingresso e sorrise a propria volta, ignorando che sul marciapiede sotto casa sua, nel medesimo istante, allineato come un'ombra al lampione di ferro battuto, un uomo stava facendo la stessa identica cosa.
Era curioso, pensare che da qualche parte là fuori esistesse qualcuno in grado di intuire la sua anima al punto di scegliere, settimana dopo settimana per più di sei mesi, il piccolo pensiero o la frase giusta per strapparle un attimo di serenità, senza sbagliare mai. Chiunque fosse, quell'angelo senza volto era una di quelle cose che non si vedono arrivato chissà come o perché nella sua vita. Minerva accese il gas sotto il bollitore, la mente fissa su quella rassicurante consapevolezza.
Ma ora il tempo stava per finire.
Se ne era reso conto all'improvviso, con un moto di panico, mentre una nebbia sottile saliva dai marciapiedi fradici di pioggia e il sole sembrava sciogliersi, rosso come un grumo di sangue, sull'orizzonte ancora velato, qua e là, da nubi grigio scuro. Da anni, secoli ormai aveva smesso di attendere il segnale, convincendosi, non senza una massiccia dose di sogno, che alla fine davvero si fossero dimenticati di lui. In fin dei conti, era caduto da così tanto tempo... Avrebbe potuto trascinarsi, ancora per un po'.
Ora invece, ora che aveva smesso di aspettare, ora che anche la speranza di tornare era venuta meno, ora che aveva trovato una ragione di vita, il segnale era arrivato. Quel maledetto gabbiano aveva girato davvero su se stesso tre volte, oppure era stata soltanto una suggestione? L'uomo fissò gli occhi sull'animale, che adesso passeggiava lungo l'argine del fiume con la testa rivolta verso di lui. Ecco. Quello certo non poteva essere un caso. Il gabbiano guardò un'ultima volta l'uomo sgomento, spiccò il volo e di nuovo compì tre leggiadri volteggi circolari.
Dimentica per un istante dell'autocontrollo che da tanti anni il suo proprietario esercitava su se stesso, la mano destra dell'uomo si abbatté con violenza sul lampione alle sue spalle. Non era possibile, non era giusto, non era... L'uomo trasse un profondo respiro. Doveva calmarsi, non era dignitoso per un angelo comportarsi in modo tanto emotivo; ma tra il dirlo, e mettere in pratica il concetto, ci passava una vita intera.
Minerva era stata investita da un'ondata di tristezza inspiegabile, arrivata da chissà dove ma così forte da costringerla a posare in fretta la tazza del tè per non rischiare di rovesciarla. Senza motivo se non uno sconosciuto istinto, si affacciò in fretta alla finestra della cucina e prese a frugare con lo sguardo la strada sottostante. Gente che camminava, parlava, viveva come ogni giorno; tutto come sempre, come in ogni singolo istante della sua vita, tutto normale... E invece no, non tutto. Nell'istante stesso in cui i suoi occhi si posarono su di lui, sull'uomo vestito di nero che per un istante si era passato la mano sulla fronte, in quel gesto di tradita disperazione Minerva comprese di avere trovato, ad un tempo, il proprio angelo e la fonte della dolorosa tristezza che l'aveva colpita pochi istanti prima.
Lei lo aveva visto.
L'uomo in nero tentò di scivolare via dal suo sguardo, come spesso aveva fatto con tutti gli altri, ma i sentimenti contrastanti che si agitavano in lui da quando si era reso conto che Minerva lo aveva finalmente scoperto glielo rendevano impossibile; ciò che per anni aveva desiderato, sperato al di là di ogni speranza, era accaduto, ma adesso era troppo tardi, e lui si sentiva così stanco...
“ Sei tu".
Le parole della donna caddero nel silenzio, mentre intorno a loro la vita della gente proseguiva senza ostacoli: nessuno vedeva quell'uomo alto e solenne, sempre più pallido sopra il collo del dolcevita nero, e nessuno vedeva neppure Minerva, la musa per cui un tempo lui aveva abbandonato la propria vita.
“ Il mio angelo... Sei tu, lo so".
L'uomo si voltò piano, fino a trovarsela di fronte, sguardo nello sguardo: e anche gli occhi di Minerva parvero assumere l'eterna profondità di quelli di lui. Annuì con un breve cenno della testa, quasi imbarazzato, ma non parlò. Sentiva che non ne sarebbe stato capace senza che la commozione per quel sogno realizzatosi troppo tardi prendesse il sopravvento. Non sarebbe stato in grado di tenerla a bada, non con la fine così vicina e le forze sempre più esili.
Minerva batté un paio di volte le palpebre; le sembrava che nella sua mente comparissero ricordi nuovi, inconsapevoli e al tempo stesso innegabili... Il bel viso dell'uomo, la sua sagoma scura contro il lampione, i contorni che sembravano sfumare, tutto di lui le ispirava sensazioni conosciute ma dimenticate, come una vita risalente a secoli prima ma cancellata dalla memoria razionale... Poi, finalmente, mentre un riflesso incondizionato dei suoi muscoli le faceva spalancare gli occhi, dal mare torbido dell'irrazionale emerse un nome.
“ Gabriel...? ”
L'uomo sorrise, un poco stupito. Non capiva come lei avesse potuto riconoscerlo, ma ne era lieto: gli sembrava un modo molto felice per andarsene... La donna lo guardava sorridendo, senza domande, senza curiosità; qualche tempo prima, in uno dei suoi biglietti, lui le aveva scritto che “l'amore di apprezzamento contempla trattenendo il respiro, e tace”**, e lei ora si sentiva esattamente così. Come se non esistesse, se non potesse esistere, qualcosa o qualcuno in tutto il mondo in grado di distogliere la sua attenzione da lui. Come se non ci fosse nient'altro da fare, e il guardarlo, dopo tanto averlo atteso, fosse l'unica cosa possibile.
Nonostante si sentisse sempre più debole, l'uomo riconobbe senza fatica i pensieri di Minerva, e pur senza dire una parola gliene fu profondamente grato. Poi, all'improvviso, si accasciò.
Minerva si inginocchiò accanto a lui, un poco spaventata nonostante gli occhi dell'uomo le trasmettessero la serena consapevolezza che quello era il naturale svolgersi delle cose, gli sollevò la testa appoggiandosela in grembo, e con un gesto naturale che tuttavia la stupì ne accarezzò per la prima volta il viso.
“ Non puoi andartene adesso", gli disse, nel suo abituale tono ragionevole e pragmatico, risoluto ma un poco velato di malinconia. “ Non puoi. Non ti ho ancora ringraziato... “
Gabriel chiuse gli occhi per un attimo, sentendo che il momento di ritornare si avvicinava. Ciò che per anni aveva sperato era accaduto solo in parte, ma andava bene così... Minerva non avrebbe saputo che aveva lasciato la propria vita per vegliare su di lei, non avrebbe saputo fino a che punto era stato sciocco, non avrebbe saputo che pur di impedire che le accadesse qualcosa era scivolato, lentamente, fin sulla terra, era diventato troppo pesante e non era stato più capace di risalire.
Non importava che lo fosse, o che lo fosse stato: Minerva aveva riconosciuto in lui il suo angelo, e questo era anche più di quanto avesse sperato. Aprì gli occhi per guardarla ancora una volta, mentre una calda lacrima ne scivolava via fino a bagnarle le dita. Un istante più tardi Minerva si ritrovò inginocchiata a terra, con nient'altro che quella lacrima a parlare del suo angelo. Intorno a lei, soltanto la nebbia in cui Gabriel si era dissolto.
(note:
*C. S. Lewis, “A viso scoperto”
**C.S. Lewis, “I quattro amori”)
venerdì 28 marzo 2008
Piccolissimo post introduttivo, giusto per non lasciare tutto vuoto in attesa di trovare il tempo e il modo di "copincollare" qui un racconto.
Ha qualche pretesa letteraria, questo blog, d'accordo, ma non si tratta di grandi pretese. Forse, chiede solo un po' di attenzione. Una lettura ogni tanto. Un commento, sia esso positivo o meno.
Amo scrivere, questo sì, è la grande passione della mia vita passata ed attuale. Scrivo storie da quando ero alle elementari, da quando ho imparato a scrivere le lettere in corsivo e tutte attaccate...
Non so, anzi per la verità non credo proprio, che le mie "creazioni" abbiano un qualsiasi grado di qualità. Ma sono "mie", nel senso che ognuna di esse racconta qualcosa di me, dice un mio respiro, un istante, un pensiero, fosse anche una sciocchezza. Per questo, le amo tanto. Per questo, non potrei vivere senza.
Ho pensato di condividerle perchè... Be', a dire il vero non so dire di preciso quale sia il motivo. Forse, semplicemente, perchè mi faceva piacere. Spero che farà piacere anche a chi passerà di qui e avrà la bontà di leggere...
Ha qualche pretesa letteraria, questo blog, d'accordo, ma non si tratta di grandi pretese. Forse, chiede solo un po' di attenzione. Una lettura ogni tanto. Un commento, sia esso positivo o meno.
Amo scrivere, questo sì, è la grande passione della mia vita passata ed attuale. Scrivo storie da quando ero alle elementari, da quando ho imparato a scrivere le lettere in corsivo e tutte attaccate...
Non so, anzi per la verità non credo proprio, che le mie "creazioni" abbiano un qualsiasi grado di qualità. Ma sono "mie", nel senso che ognuna di esse racconta qualcosa di me, dice un mio respiro, un istante, un pensiero, fosse anche una sciocchezza. Per questo, le amo tanto. Per questo, non potrei vivere senza.
Ho pensato di condividerle perchè... Be', a dire il vero non so dire di preciso quale sia il motivo. Forse, semplicemente, perchè mi faceva piacere. Spero che farà piacere anche a chi passerà di qui e avrà la bontà di leggere...
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